ESSERE SE STESSI… VUOL DIRE CAMBIARE? – parte prima

“La testa è rotonda per permettere al pensiero di cambiare direzione”

Francis Picabia

 

 

La libertà di poter essere se stessi attraverso il proprio cambiamento.

Riporto il pensiero di una mia amica, Jazmin: “essere se stessi vuol dire perseguire i propri valori e desideri, e io desidero migliorarmi. E posso farlo solo cambiando”.

Si parla e predica spesso dell’importanza di essere se stessi. Ciò corrisponde ad un modello di comportamento etico preciso, oppure è una formula che ripetiamo in maniera non ragionata attingendo da senso comune, cinema e Tv, perdendone di vista le sfumature semantiche e le conseguenze comportamentali possibili? In che genere di mondo è vera un’affermazione?

Le credenze guidano i nostri comportamenti, e credenze in contraddizione tra di loro o rigide possono limitare il nostro agire. A volte alcune nostre affermazioni sono vere per noi o utili intese in un senso in un certo numero di situazioni, e dannose in un senso diverso in altre. Potremmo intendere modi positivi (o efficaci per i nostri obiettivi personali) di essere noi stessi, legati ad esempio al coltivare il nostro stile personale e a non imitare pedissequamente qualcuno, e modi meno utili, legati ad esempio alla rigidità del nostro punto di vista.

Vi sono almeno quattro ordini di questioni in cui il concetto di essere se stessi può portare a fraintendimenti: la prevedibilità e la razionalità dell’agire umano, l’apprendimento e le esperienze nuove, la coerenza, il proprio punto di vista nella socializzazione e nei conflitti.

 

Sono incoerente o sono me stesso quando mi discosto dalle mie previsioni?

Vi siete mai ripromessi di essere fedeli a voi stessi? E di essere sempre coerenti e razionali?

A me è capitato spesso in passato. Eppure mi rivedo per l’ennesima volta al supermercato, con la lista preparata a casa che elenca pochi prodotti. Ed eccomi mezz’ora più tardi, fuori dal supermercato, con una borsa piena di acquisti. Sapreste spiegarmi perché? Sbaglia la gente quando delude le proprie e altrui aspettative di coerenza, oppure sbaglia la gente quando ha delle aspettative troppo alte sulla razionalità umana, e sulla sua coerenza ad essa? O quando pensa che emozioni e condizionamenti (di cui non sempre siamo consapevoli) non influenzino più di tanto le nostre azioni e le nostre scelte?

Il giornalista Vance Packard ci raccontava nel 1957 che gli industriali avevano chiesto per un certo periodo alla gente di cosa avesse bisogno, metodo chiamato in gergo “la conta dei nasi”, e che avevano imparato a dubitare del metodo per tre motivi (oltre a quello del fallimento di diverse aziende):

1)    dovettero ammettere che partire dall’idea che la gente sappia ciò che vuole è un gravissimo errore;

2)    non si può presumere che la gente dica la verità a proposito dei propri desideri e delle proprie fobie, anche ammettendo che ne sia consapevole;

3)    compresero che è pericoloso basarsi sull’assunto che il pubblico si comporti in modo razionale.

Per spiegare la mia borsa piena e il mio stupore, il giornalista Vance Packard parlava di acquisti impulsivi, di studi accurati sulla scelta della scatola giusta per un dato prodotto e del giusto posizionamento in dati scaffali o aree di un supermercato.

Chi cura packaging e posizione di un prodotto in un negozio può sperare di influenzare in qualche modo il comportamento del consumatore, ma non può prevederlo. Allo stesso modo gli studi sociali mostrano che, nonostante si cerchi di misurare l’atteggiamento delle persone su una data questione, questo si può discostare nella situazione reale (vedi il fallimento previsionale di molti sondaggi elettorali, basati sull’intenzione del voto). La fiducia cieca sul fatto che gli altri siano fedeli a se stessi nelle loro dichiarazioni e previsioni di comportamento si è dimostrata per Packard deleteria, se non altro nel marketing.

Daniel Kahneman e Amos Tversky hanno dimostrato con brillanti esperimenti che le decisioni umane violano spesso alcuni principi di razionalità, minando le convinzioni delle classiche teorie economiche che vedono colui che prende una decisione come razionale e finalizzato alla massimizzazione del vantaggio. Lo psicologo Kahneman è stato insignito del Nobel per l’economia nel 2002 per aver integrato i risultati della ricerca psicologica con quella economica. Il suo recente libro Pensieri lenti e veloci illustra i suoi ultimi studi nei quali dimostra quanto sia illusoria la nostra abitudine di pensare che all’uomo, essendo dotato di razionalità, sia sufficiente tenere sotto controllo istinto ed emotività per valutare obiettivamente le situazioni e scegliere tra varie alternative la più vantaggiosa. Siamo sempre esposti a condizionamenti, magari dovuti anche al nostro modo di pensare, e questi possono influenzare la nostra capacità di decidere lucidamente. Il pensiero veloce, o automatico e istintivo, si farebbe influenzare da distorsioni cognitive e stereotipi, che il pensiero lento, quello razionale, non sempre sarebbe in grado di correggere. Non mancherebbero però per Kahneman i lati positivi dati dall’integrazione di questi due tipi di pensiero, che permetterebbero anche operazioni cognitive complesse.

Le persone quindi, non essendo sempre razionali nelle azioni e nelle decisioni, sono meno prevedibili di quanto sembri. Ciò porta a volte al discostamento dalle proprie previsioni, nonché dai propri principi e valori dichiarati, spesso anche se in questo sono state “sincere”.

 

 

Giovanni Iacoviello

giovanni.iacoviello@gmail.com

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