DALLA PAURA DI SBAGLIARE… ALLA VOGLIA DI RISCHIARE – parte terza

Scambio di persona: fallito per virtuoso.

A che insieme appartiene l’elemento “errore”? Spesso, come abbiamo visto, lo assimiliamo agli oggetti e agli elementi appartenenti alla persona fallita presa nella sua interezza, come avviene nel caso seguente.

Un ragazzo vuol far parte di una squadra di baseball, ma non è in grado di lanciare e ricevere bene, ed è spaventato dalla palla, così dice al suo coach che pensa di lasciare la squadra perché è un “cattivo giocatore di baseball”. Questa storia ci viene raccontata da Robert Dilts, e alle parole del ragazzo seguono quelle del coach, che portano a fare uno di quei “viaggi di scoperta” che possiamo realizzare stando fermi ad ascoltare: “Non ci sono cattivi giocatori di baseball, ci sono solo persone che non hanno fiducia nella propria abilità di imparare”.

Il ragazzo con che occhi guarda e valuta il fallimento? E con che occhi invece lo guarda e valuta il coach? Essi “vedono” due persone diverse. Il primo una persona incapace, l’altro una persona che sta imparando. La storia di Dilts continua così: “Il coach rimane in piedi di fronte al ragazzo e gli mette la palla nel guantone, facendogliela tirare e poi riprendere. Poi fa un passo indietro, gli lancia delicatamente la palla nel guanto, e il ragazzo la rilancia. Un passo dopo l’altro, il coach si sposta sempre più lontano…” e qualche tempo dopo il ragazzo diventa un elemento prezioso per la sua squadra.

Da questa storia possiamo apprendere qualcosa riguardo non tanto a come “giochiamo”, ma piuttosto riguardo a come classifichiamo gli eventi del mondo.

Abbiamo visto che molti tipi di errori, invece di far parte del mondo dei falliti, appartengono a quello delle persone che imparano, e sono numerosi nel mondo dei virtuosi che perseguono i loro obiettivi e si allenano costantemente per perseguirli, tanto più numerosi quanto più si va verso il successo.

 

La voglia di sbagliare: gli errori-opportunità e il bambino “incosciente”.

Lo psichiatra e psicoterapeuta Matteo Rampin, autore del libro Al gusto di cioccolato, sottolinea quanto il linguaggio sia ambiguo e quanto sia potente per costruire immagini del mondo. Fino al punto che una stessa realtà può essere descritta da due osservatori in modi diametralmente opposti. Ad esempio una stessa persona si potrebbe descrivere come paurosa per un osservatore, mentre un altro potrebbe delinearla come prudente. Allo stesso modo, noi stessi possiamo utilizzare un linguaggio mentale per descrivere cose opposte. Ad esempio possiamo pensare alla nostra paura di sbagliare. Oppure possiamo pensare al nostro desiderio di riuscire. C’è una grossa differenza pratica in questi due pensieri così formulati. La paura di sbagliare ci fa focalizzare sugli errori, spesso aumentando la probabilità di commetterli, forse perché l’energia utilizzata per immaginarli è sottratta a quella impiegata per immaginare i nostri obiettivi.

Paul Watzlawick faceva notare nel 1977 che la nostra mente non possiede l’abilità di pensare all’assenza di un oggetto, e che nel nostro linguaggio dell’immaginazione manca la negazione: “è difficile, se non impossibile, rappresentare a livello di immagine il non verificarsi di una circostanza o il non avere luogo di un avvenimento”. Facciamo una prova: non pensate a un orso… a cosa avete pensato? Non barate! Cercare di non pensare all’orso porta all’inevitabile risultato di pensare all’orso. Se invece provate a pensare a una zebra (o anche a non pensarci)  è più difficile che vi venga in mente quell’orso di poco fa. Allo stesso modo, di fronte alla paura di sbagliare possiamo reagire pensando “non aver paura di sbagliare!”, il che ci fa pensare proprio a quello.

Una chiave per uscire da questa “gabbia” può essere quella di considerare gli errori come delle opportunità, come dei passi verso il successo, come suggeriva la filosofia dell’inventore Edison.

Una strategia che sfrutta implicitamente questo principio è proposta dal già citato Vorhaus agli aspiranti autori comici, la regola del nove: “Su dieci battute che dici nove fanno schifo. Ogni dieci idee, nove non funzioneranno. La regola del nove risulta estremamente confortante, perché se adottata, libera immediatamente e permanentemente dall’ansia di dover aver successo tutte le volte”. Per l’autore con tale regola le aspettative sono così basse che non c’è nulla o quasi da perdere, e quindi quelle nove battute uscite male sono calcolate, aspettate, considerate un normale esito del lavoro (ma anche persone che si giudicano non divertenti facilmente avranno risultati migliori), e quindi opportunità per andare avanti nel lavoro. Ne consegue che ci potrebbe venire addirittura la voglia di sbagliare per imparare a far bene un lavoro o un’attività.

Quando eravamo bambini esploravamo il mondo con i nostri occhi curiosi e con lo spirito avventuroso, con la voglia di imparare, incoscienti e incuranti dei pericoli e degli errori, probabilmente proprio perché, non avendo ancora provato e sbagliato, nella nostra immaginazione non esistevano ancora.

Forse quell’atteggiamento di curiosità, di divertimento e avventura di fronte all’apprendimento e alle situazioni che viviamo, o forse il fatto stesso di tornare un po’ bambini, è come una zebra a cui pensare per liberarci dal fastidioso orso!

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