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	<title>Il Viaggio di Scoperta &#187; soluzioni</title>
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	<description>Il Blog di GIP Comunicazione</description>
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		<title>Problemi da grandi… soluzioni da bambini?</title>
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		<pubDate>Thu, 03 Jul 2014 04:36:19 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giovanni Iacoviello</dc:creator>
				<category><![CDATA[Crescita personale]]></category>
		<category><![CDATA[credenze]]></category>
		<category><![CDATA[problem solving]]></category>
		<category><![CDATA[soluzioni]]></category>

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		<description><![CDATA[&#8220;Tutti i grandi sono stati bambini una volta. (Ma pochi di essi se ne ricordano)&#8221; Antoine de Saint-Exupéry &#160; Ci sono paure che avevamo da piccoli, che abbiamo imparato ad affrontare e vincere. Ci sono invece delle paure che abbiamo imparato da grandi, dopo essere rimasti scottati dai nostri errori Ci sono problemi complicati che [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p align="right"><em>&#8220;Tutti i grandi sono stati bambini una volta. (Ma pochi di essi se ne ricordano)&#8221;</em></p>
<p align="right"><i>Antoine de Saint-Exupéry </i><i></i></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Ci sono paure che avevamo da piccoli, che abbiamo imparato ad affrontare e vincere. Ci sono invece delle paure che abbiamo imparato da grandi, dopo essere rimasti scottati dai nostri errori</p>
<p>Ci sono problemi complicati che l’ingenuità di un bambino potrebbe disarmare, proprio perché la costruzione di questi problemi presuppone un certo livello di conoscenza che ci porta a ritagliare la realtà osservata in un certo modo. Così, c’è chi ha smesso di cercarsi un lavoro perché ha “imparato” che in questa fase storico-economica non se ne trova, o chi ha smesso di cercare nuove amicizie perché ha “scoperto” quanto la gente sia falsa e non ne valga la pena.</p>
<p>Il pensiero strategico suggerisce che a volte le soluzioni più efficaci ai problemi complessi sono quelle apparentemente semplici. A questo proposito l’antica arte militare cinese ha messo a punto degli stratagemmi: strategie per ottenere il massimo risultato con il minimo sforzo.</p>
<p><span id="more-174"></span></p>
<p>Lo psicoterapeuta Giorgio Nardone, nel libro &#8220;Correggimi se sbaglio&#8221;, parla di uno stratagemma che recita: “se vuoi raddrizzare qualcosa, impara tutti i modi per storcerla di più”. Contro la logica, invece di cercare le strategie per migliorare una situazione, a volte cercare ciò che la peggiorerebbe ci permette di fare un salto logico utile per trovare soluzioni semplici ed efficaci, come ad esempio gli errori da evitare.</p>
<p>Spesso è proprio la soluzione che tentiamo ad essere il problema, come accadde ad esempio per una malattia diffusa in Giappone decenni fa, lo <i>Smon</i>. C’era un esercito di virologi che ne cercava la causa, fissandosi sull’origine virale.</p>
<p>Gli epidemiologi perseguirono un’altra strada, <i>ignorando</i> quella più ovvia, e proprio per questo trovarono la soluzione: un farmaco per la diarrea, usato reiteratamente, causava questa malattia (si parla di “malattie iatrogene” quando sono provocate da una terapia medica).</p>
<p><!--more--></p>
<p>Ciò ricorda un pensiero di Albert Einstein: “Tutti sanno che una cosa è impossibile da realizzare, finché arriva uno sprovveduto che non lo sa e la inventa”. Sempre il premio Nobel per la fisica notava che “i problemi non possono essere risolti allo stesso livello di conoscenza che li ha creati”.</p>
<p>Seguendo questa logica, per cercare di risolvere i problemi così come li vediamo in base alle nostre conoscenze e credenze attuali, possiamo provare a ri-descriverli e classificarli da un altro punto di vista, magari con il modo di vedere che avevamo in passato, quando non eravamo in possesso delle conoscenze che hanno accompagnato l&#8217;emergere del problema.</p>
<p>Come risolvere allora alcuni nostri complessi problemi di oggi? Spesso comunque con l&#8217;ausilio di procedure articolate e saperi particolari, ma altre volte forse guardando alle cose con gli occhi di quando eravamo bambini, quando ancora non avevamo abbastanza conoscenze per costruire certi problemi, troppo incoscienti per avere paura di esplorare il mondo. E dimenticandoci che alcune cose, “come tutti sanno”, sono impossibili da realizzare. Magari disimparando certe rassicuranti verità, e, così sprovvisti, perlustrare nuovi tipi di soluzioni.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Giovanni Iacoviello</p>
<p>&nbsp;</p>
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<p>&nbsp;</p>
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		<title>Conosci te stesso&#8230; guardando fuori?</title>
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		<pubDate>Thu, 26 Jun 2014 06:20:10 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giovanni Iacoviello</dc:creator>
				<category><![CDATA[Crescita personale]]></category>
		<category><![CDATA[conosci te stesso]]></category>
		<category><![CDATA[introspezione]]></category>
		<category><![CDATA[problemi]]></category>
		<category><![CDATA[soluzioni]]></category>

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		<description><![CDATA[Spesso le parole cambiano il loro significato nel tempo. E spesso vengono fraintese. La frase antica “conosci te stesso” viene a volte interpretata come il consiglio di guardarsi dentro per capirsi. Pare che tale sentenza religiosa antica, iscritta nel tempio di Apollo a Delfi, suggerisse agli uomini di riconoscere la loro limitatezza rispetto alla divinità, [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Spesso le parole cambiano il loro significato nel tempo. E spesso vengono fraintese.</p>
<p>La frase antica “conosci te stesso” viene a volte interpretata come il consiglio di guardarsi dentro per capirsi.</p>
<p>Pare che tale sentenza religiosa antica, iscritta nel tempio di Apollo a Delfi, suggerisse agli uomini di riconoscere la loro limitatezza rispetto alla divinità, non di fare dell’introspezione.</p>
<p>A quale esigenza potrebbe rispondere invece questa “riflessione interiore”? Forse essa si aggrappa alla non falsificabile, e neppure verificabile tesi che, per risolvere i propri problemi, noi dobbiamo scoprirne le cause, e per farlo dobbiamo guardarci dentro. E cosa troveremo?</p>
<p><span id="more-166"></span></p>
<p>Paul Watzlawick, nel saggio <i>Guardarsi dentro rende ciechi</i>, ammetteva che, nei tre anni in cui è stato in analisi, e negli anni in cui ha fatto a sua volta l’analista junghiano con i suoi pazienti, non gli è mai capitato di trovare l’illuminazione, tecnicamente <i>l’insight</i>, col quale si scoprono le <i>vere</i> cause dei problemi delle persone. Dato che il lavoro di ogni buon analista o terapeuta non si limita a questo solo aspetto, si sottolinea che qui non si vuole criticare nessun orientamento nella sua generalità.</p>
<p>Viene da pensare: “Se un bambino cade in un pozzo, cerchiamo le cause o proviamo a tirarlo fuori al più presto?”. Nello stesso modo, per molti problemi personali non è affatto dimostrato scientificamente che troveremo la <i>vera</i> causa, dato che le ragioni (e non le cause e i fattori) del comportamento possono essere molteplici e statisticamente non calcolabili, per non dire non identificabili.</p>
<p>La ricerca della causa primaria è figlia della medicina, in cui se non trovo la causa della malattia il più delle volte non riesco a curarla. Semplificando molto, trovo il batterio (o il gene responsabile, o altri fattori), poi l’antibiotico, e quindi riesco a curare la malattia. Per le “cause” del comportamento invece non posso avvalermi di un esame del sangue o di una risonanza magnetica, ma solo dei resoconti della persona con la sua teoria del perché un problema è sorto o persiste, o magari della mia di ascoltatore e osservatore. Ammesso e non concesso che io possa conoscere l’origine vera di una paura, poi dovrei cominciare il percorso per risolverla. E allora perché non comincio direttamente da qui, dall’affrontarla e basta? Senza contare che fidandomi dei risultati delle indagini discorsive o introspettive potrei lavorare con una falsa causa.</p>
<p><!--more--></p>
<p>Lo psicoterapeuta Thomas Hora diceva: “Per capire se stesso, l’uomo ha bisogno di essere capito dall’altro. E per essere capito dall’altro, ha bisogno di capire l’altro”. E allora, visto che nessuno è un eremita, o come diceva John Donne, un’isola, ma una parte di un tessuto sociale, noi abbiamo sempre a che fare con gli altri. Per George Herbert Mead, uno dei padri fondatori della psicologia sociale, “per fare una mente ci vogliono almeno due cervelli in interazione”. Quindi, se i nostri significati non possono prescindere da quelli della società e dalla cultura in cui viviamo, il guardarci dentro per capirci potrebbe equivalere allo stare lontano dal cibo per nutrirci.</p>
<p>La nostra vita ha senso quando raccontata agli altri, ed impariamo a raccontarla perché qualcuno ci ha cresciuto insegnandoci gli elementi e le norme di quel contratto collettivo che è il linguaggio, e altri ci hanno influenzato nello svolgersi della nostra esistenza, e anche nel ritagliarla e descriverla.</p>
<p>Guardarci dentro per capirci potrebbe essere un’azione non solo sterile, ma dannosa e fuorviante nel momento in cui è prolungata e ci allontana dagli altri, e nel momento in cui l&#8217;ascolto prolungato e isolato di noi stessi ci priva di spazio per allenarci nell&#8217;ascolto attivo dell&#8217;altro e nel dialogo per migliorare le nostre relazioni interpersonali. A meno che non ripensiamo ad una nostra emozione o non riflettiamo sui nostri obiettivi. Ma anche in questi casi la nostra emozione aveva uno o più spettatori, con le nostre aspettative su quel palco, tanto che William Shakespeare ha detto che “il mondo è un palcoscenico”, e i nostri obiettivi sono influenzati dagli altri.</p>
<p>Probabilmente è più guardando all’altro, simile a noi, che possiamo capire meglio chi siamo. Viviamo con <i>l’altro</i>, quindi le riflessioni sul senso e il significato della nostra vita devono riguardare più la nostra interazione con l’altro, piuttosto che il nostro sé isolato in chissà quale parte remota, presunta e sterile della nostra fantasia. E allora ha più senso guardare alle relazioni, guardare fuori e, se le nostre soluzioni ai problemi non funzionano, cambiare gli occhi con cui guardiamo, per modificare le nostre categorie conoscitive e quindi approcciare la vita in maniera diversa, cercando nuove soluzioni, diverse da quelle che non hanno funzionato. Notava Albert Einstein, infatti, che la follia è ripetere le stesse cose aspettandosi risultati diversi.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Giovanni Iacoviello</p>
<p><em>&#8230; a giovedì prossimo&#8230;</em></p>
<p>&nbsp;</p>
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