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	<title>Il Viaggio di Scoperta &#187; obiettivi</title>
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	<description>Il Blog di GIP Comunicazione</description>
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		<title>Sii te stesso, ma non esagerare&#8230;</title>
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		<pubDate>Sun, 16 Jun 2019 10:07:50 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giovanni Iacoviello</dc:creator>
				<category><![CDATA[Crescita personale]]></category>
		<category><![CDATA[abitudini]]></category>
		<category><![CDATA[carattere]]></category>
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		<description><![CDATA[Dal carattere immodificabile alle abitudini migliorabili.   «Sii il cambiamento che vuoi vedere nel mondo» &#8211; Mahatma Gandhi   La parte positiva della storia di rimanere se stessi: stile personale, valori, coerenza. La parte migliore della storia che ci raccontiamo dal titolo “l’importanza dell&#8217;essere se stessi” riguarda probabilmente il proposito di non imitare gli altri [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><span style="color: #000000;">Dal carattere immodificabile alle abitudini migliorabili.</span></p>
<p><span style="color: #000000;"> </span></p>
<p><span style="color: #000000;">«<em>Sii il cambiamento che vuoi vedere nel mondo</em>» &#8211; Mahatma Gandhi</span></p>
<p><span style="color: #000000;"> </span></p>
<p><b><span style="color: #000000;">La parte positiva della <i>storia</i> di rimanere se stessi: stile personale, valori, coerenza.</span></b></p>
<p><span style="color: #000000;">La parte migliore della storia che ci raccontiamo dal titolo “l’importanza dell&#8217;essere se stessi” riguarda probabilmente il proposito di non imitare gli altri e cercare di sviluppare il nostro stile personale. O quello di non accettare di attuare comportamenti contrari ai propri valori per compiacere qualcuno, o quello di essere coerenti con le proprie idee. Tutti propositi lodevoli. </span></p>
<p><span style="color: #000000;">Se questi concetti vengono applicati in maniera incondizionata e non ragionata, però, rischiano a volte di portarci a un pensiero rigido e poco adattivo. Se una situazione mutando richiede una rivalutazione di una propria posizione o idea, restarvi ancorati potrebbe a volte rispondere più ad un desiderio estetico di non farsi cogliere incoerenti piuttosto che a un agire efficace. Ad esempio, nel film <i>Invictus</i> di Clint Eastwood, il giornalista chiede al presidente Mandela: “ho sentito dire che lei un tempo sosteneva chiunque giocasse contro gli Springbok”. La risposta: “Sì, ma ovviamente adesso non è più così, sono al cento per cento con i nostri campioni. D’altronde se io non sono in grado di cambiare quando le circostanze lo impongono, come posso chiedere agli altri di cambiare?”. In proposito, Ralph Waldo Emerson disse: “una sciocca coerenza è lo spauracchio delle piccole menti”. Nel caso di Mandela lo sport ha agito da “collante” tra opposte fazioni, e ha contribuito a sedare i contrasti interni in Sudafrica.</span></p>
<p><span style="color: #000000;"> <span id="more-433"></span></span></p>
<p><b><span style="color: #000000;">Attribuire un’azione al carattere può essere un alibi per non metterla in discussione.</span></b></p>
<p><span style="color: #000000;">Altre volte, la storia che raccontiamo agli altri e a noi stessi sull’importanza di non tradire noi stessi può nascondere un alibi per giustificare la mancanza di volontà di mettersi in discussione, o di provare a cambiare una nostra cattiva abitudine. Il che è comprensibile e umano, dato che è facile acquisire nuove abitudini, ma a volte arduo perderle o acquisirne di nuove. Non è nemmeno impossibile, dato che il genere umano dà continua prova di questa sua abilità, di cui la storia è piena. Non mettere mai in discussione o in dubbio il proprio agire (o una nostra opinione), può essere interpretato dagli altri come arroganza, come atteggiamento di chi pensa di sapere tutto o di essere sempre nel giusto.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Diciamo o sentiamo dire frasi come: “Sono impulsivo, ce l’ho nel DNA”. Più che prova della genetica, queste frasi informano sulle nostre competenze emotive, che per il teorico e divulgatore del concetto di intelligenza emotiva Daniel Goleman possono essere sviluppate e migliorate. Magari troviamo giustificazioni a certi nostri comportamenti, facenti parte per noi del nostro carattere, mentre non li tolleriamo quando messi in atto dagli altri. </span></p>
<p><span style="color: #000000;">Un dato carattere, in un certo momento della vita di una persona, può essere visto come un insieme di tante abitudini. Come ci ricorda lo psicoterapeuta Luca Mazzucchelli in <i>Fattore 1%,</i> il suo libro che parla di come le buone abitudini possano essere gradualmente acquisite, il loro studio fa parte della psicologia dai tempi di John Watson (1878-1958), che definì la personalità come prodotto finale di sistemi gerarchici di abitudini.</span></p>
<p><span style="color: #000000;"><!--more--> </span></p>
<p><b><span style="color: #000000;">Ragioni, obiettivi, mettere per iscritto, monitorare, correggere il tiro.</span></b></p>
<p><span style="color: #000000;">Spesso vorremmo cambiare gli altri, perché è più facile pensarlo, ma non possedendo dei “poteri magici” è difficile entrare nella testa di qualcuno e comandargli di agire diversamente. Possiamo solo modificare il nostro modo di agire e comunicare con gli altri, o di reagire alle loro comunicazioni e azioni. L’autrice e conferenziera americana Marilyn Ferguson disse: “Nessuno può convincere un altro a cambiare. Ciascuno di noi è custode di un cancello che può essere aperto solo dall’interno. Noi non possiamo aprire il cancello di un altro, né con la ragione né con il sentimento”. </span></p>
<p><span style="color: #000000;">Possiamo essere costretti a cambiare in risposta alle emergenze e agli sconvolgimenti dell’ambiente esterno, oppure potremmo includere il nostro progetto di cambiamento nel nostro naturale crescere e imparare quotidiano. Spesso le persone sono desiderose di migliorare il loro modo di porsi con gli altri, ma non sanno come cambiare le proprie abitudini. Si potrebbe cominciare a definire un iniziale piano operativo, lungi dal voler ridurre tutto a una cosa semplice, consapevoli che ci sono diversi fattori che possono intervenire nel frenare il processo di cambiamento. Di seguito ecco qualche passo possibile.</span></p>
<p><span style="text-decoration: underline;"><span style="color: #000000;">Primo. Trova le tue ragioni.</span></span></p>
<p><span style="color: #000000;">Provate a trovare uno o più motivi per cui potrebbe essere per voi utile e importante perdere un’abitudine comunicativa (o altro) o acquisirne una nuova (avere dei rapporti più rilassati con gli altri, litigare di meno, avere più amici o relazioni più durature, etc.). Ognuno ha la sua ragione personalissima. </span></p>
<p><span style="text-decoration: underline;"><span style="color: #000000;">Secondo. Poniti un obiettivo.</span></span></p>
<p><span style="color: #000000;">Ponetevi come obiettivo un’abitudine nuova da implementare in un dato periodo (esempio: lavorate tutta una settimana su un’abilità). </span></p>
<p><span style="text-decoration: underline;"><span style="color: #000000;">Terzo: metti per iscritto il tuo obiettivo e dagli una scadenza. </span></span></p>
<p><span style="color: #000000;">Scrivere un obiettivo contribuisce a chiarirlo ed elaborarlo meglio, ad aumentare il senso di coinvolgimento, la motivazione interna e l’impegno percepito. Contribuisce inoltre a modificare l’immagine che abbiamo di noi e diminuisce la probabilità di dimenticarcelo. E’ utile inoltre dare una scadenza temporale di inizio per la mobilitazione delle risorse, e di fine per organizzare meglio nel tempo il suo raggiungimento.</span></p>
<p><span style="text-decoration: underline;"><span style="color: #000000;">Quarto: monitora i tuoi risultati e annotali ogni sera. </span></span></p>
<p><span style="color: #000000;">Se monitori un processo puoi correggere il tiro lungo la strada, consolidare gli apprendimenti, fare tesoro degli errori.</span></p>
<p><span style="text-decoration: underline;"><span style="color: #000000;">Quinto: chiediti come puoi accelerare i tuoi progressi in base alle lezioni apprese.</span></span></p>
<p><span style="color: #000000;">E’ normale e umano che capiti di scoraggiarsi lungo la strada: potete spezzettare o ricalibrare l’obiettivo se irrealistico, o ri-calendarizzare le scadenze, o rivalutate le ragioni adeguate a voi. </span></p>
<p><span style="color: #000000;">Tutti sanno che cambiare non è facile. Così come è difficile restare identici a come eravamo, ad esempio l’anno scorso, dopo tutte le cose che abbiamo imparato in questo anno di vita. Se ci pensiamo, comunque, <i>ogni volta che pensiamo non siamo più gli stessi</i>.</span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Giovanni Iacoviello</p>
<p>giovanni.iacoviello@gmail.com</p>
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		<title>Esercizi per una splendida brutta figura &#8211; ultima parte</title>
		<link>https://www.gipcomunicazione.it/blog/?p=339</link>
		<comments>https://www.gipcomunicazione.it/blog/?p=339#comments</comments>
		<pubDate>Thu, 06 Nov 2014 06:12:34 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giovanni Iacoviello</dc:creator>
				<category><![CDATA[Autostima]]></category>
		<category><![CDATA[giudizio degli altri]]></category>
		<category><![CDATA[obiettivi]]></category>
		<category><![CDATA[sfida]]></category>

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		<description><![CDATA[Due pesi e due misure per la bravura nostra e degli altri? Spesso guardiamo i comportamenti e i risultati degli altri. Quando va bene lo facciamo per trarne ispirazione. Altre volte per confrontarci ed evidenziare ciò che ci manca per essere come loro. Oppure, ancora peggio, ci disperiamo per non essere ai loro livelli, pensando [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><b>Due pesi e due misure per la bravura nostra e degli altri?</b></p>
<p>Spesso guardiamo i comportamenti e i risultati degli altri. Quando va bene lo facciamo per trarne ispirazione. Altre volte per confrontarci ed evidenziare ciò che ci manca per essere come loro. Oppure, ancora peggio, ci disperiamo per non essere ai loro livelli, pensando che non riusciremo mai ad eguagliarli.</p>
<p>Nel fare i confronti con gli altri, come ad esempio con quel tale compagno di corso all’università che ha studiato solo due giorni per prendere trenta, mentre noi abbiamo dovuto studiare per un mese, ci sfuggono di mente tante cose.</p>
<p>Una è che la gente per l’effetto della desiderabilità sociale, cioè dell’immagine positiva che vuole dare di sé, tenderà a raccontarsi in modo da fare la migliore figura possibile, tendendo consapevolmente o no ad esagerare.</p>
<p>Un altro aspetto è quello dell’organizzazione. Non sapremo mai se il compagno “da trenta” ha seguito e preso molti appunti e ha già studiato durante il corso, e negli ultimi due giorni ha solo ripassato. Inoltre non sapremo mai se grazie ai suoi studi superiori o alla sua passione personale il compagno fosse già esperto degli argomenti dell’esame.</p>
<p>Insomma è impossibile fare un confronto obiettivo tra le abilità di due persone in un compito in senso assoluto attraverso le loro performance attuali, perché ci manca la verificabilità delle informazioni riguardo al loro training.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><b>La sfida più importante con se stessi.</b></p>
<p>Se essere obiettivi è impossibile, allora confrontarci con gli altri può diventare addirittura controproducente. Può essere più utile cercare di superare noi stessi.</p>
<p>Fare meglio ogni giorno nelle attività in cui ci applichiamo è spesso inevitabile. Nelle nostre mansioni abituali ogni giornata in cui ci adoperiamo in un’attività o esperienza non possiamo tornare indietro in termini di apprendimento.</p>
<p>Possiamo al limite restare ugualmente efficienti, ma è molto più probabile che faremo di più perché avremo accumulato esperienza ed attività pratica (allenamento), sapremo organizzarci meglio, e saremo più critici ed esperti sulla qualità del nostro lavoro.</p>
<p>Potendo rendere conto a noi stessi dei nostri risultati è possibile comprendere tutte le variabili coinvolte, operare un confronto obiettivo e partecipare ad una sfida realistica e stimolante. Da questo punto di vista la sfida più importante è quella con se stessi.</p>
<p><b> </b></p>
<p><b>Allenarsi a migliori performance o a migliori brutte figure?</b></p>
<p>A volte <i>per vincere è utile perdere</i>. Per vincere dove si gareggia contro due avversari insieme, cioè la difficoltà di un compito e il giudizio degli altri mentre lo si esegue, può essere utile darsi la possibilità di sbagliare, o di fare brutte figure.</p>
<p>Se provando a fare una cosa per la prima volta mi ponessi l’obiettivo di riuscire perfettamente avrei successo? Probabilmente no. Quindi avrei poco margine di errore e la mia paura di sbagliare sarebbe alta. Una grossa fetta della mia energia verrebbe bruciata da questo pensiero e dalle relative emozioni.</p>
<p>Se come obiettivo invece avessi quello di fare errori o brutte figure, mi allenerei in quelle cose senza sprecare energie temendo di sbagliare, un po’ come si racconta riguardo allo stile Zen nell’arte del tiro al bersaglio giapponese, dove pare ci si alleni inizialmente a non colpire il bersaglio.</p>
<p>Riducendo ad un paradosso: l’arte dell’eccellere è “l’<i>arte di fare errori provando”</i>, riuscendo nel contempo ad utilizzare ciò che abbiamo imparato dagli errori per progredire.</p>
<p>Ecco allora che, contro ogni buon senso, per imparare a fare bene potremmo allenarci a fare una “splendida” brutta figura.</p>
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		<title>I segreti del successo?</title>
		<link>https://www.gipcomunicazione.it/blog/?p=323</link>
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		<pubDate>Thu, 25 Sep 2014 06:08:41 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giovanni Iacoviello</dc:creator>
				<category><![CDATA[Crescita personale]]></category>
		<category><![CDATA[obiettivi]]></category>
		<category><![CDATA[segreti]]></category>
		<category><![CDATA[successo]]></category>

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		<description><![CDATA[“Chi non riesce ad accettare una sconfitta, non riuscirà mai a vincere” Winston Churchill &#160; Ci sono scorciatoie per il successo? Molti ne parlano e vendono i loro “segreti” in libri o video-corsi. Forse in fondo i segreti per il successo li sappiamo tutti. Costanza, determinazione, non avere paura di fare fatica e qualche sacrificio, [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p align="right"><i>“Chi non riesce ad accettare una sconfitta, non riuscirà mai a vincere”</i></p>
<p align="right"><i>Winston Churchill</i></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Ci sono scorciatoie per il successo? Molti ne parlano e vendono i loro “segreti” in libri o video-corsi.</p>
<p>Forse in fondo i segreti per il successo li sappiamo tutti. Costanza, determinazione, non avere paura di fare fatica e qualche sacrificio, saper timbrare il cartellino anche più tardi dell’orario se serve. Il resto probabilmente sono dettagli.</p>
<p><b>Scorciatoie temporali.</b></p>
<p>Per riuscire a risparmiare tempo, a volte forse bisogna investirne un po’. Organizzarsi bene il tempo richiede tempo per farsi delle tabelle di marcia con i propri obiettivi e una scala di priorità. E  tempo per valutare i risultati, l’efficienza della propria organizzazione, riaggiustare il tiro su obiettivi e priorità. E tempo per provare nuove strategie di gestione del tempo.</p>
<p><b>Obiettivi realistici e in positivo.</b></p>
<p>Il modo migliore per deluderci è porci degli obiettivi troppo ambiziosi. La probabilità di non realizzarli sarà alta, e quasi sicura la nostra delusione. Non saremo stati poco bravi nel compito, ma nel porci l’obiettivo. Non bisogna rinunciare del tutto a un dato obiettivo, ma se è il caso diamoci più tempo o spezzettiamo in obiettivi più raggiungibili. Come diceva Einstein: “se un problema è grosso, fallo a pezzi”. Inoltre pare che il cervello non distingua le entità in negativo. E’ sempre meglio porsi gli obiettivi in positivo. Evitiamo il desiderio di non sbagliare, che ci può far focalizzare sugli errori, ma poniamoci l’obiettivo di riuscire.</p>
<p><b>Ispirarsi ma non imitare.</b></p>
<p>Ci dicono da sempre di osservare i modelli di eccellenza. Il che è utilissimo. Però ispirarsi ai grandi non vuol dire fare le cose esattamente come loro, ma solo imparare quello che possiamo e poi mettere in pratica sviluppando il nostro stile personale.</p>
<p><b>Il rapporto con gli errori e gli insuccessi.</b></p>
<p>“La vita non è ciò che ci accade, ma ciò che facciamo con ciò che ci accade”, diceva Aldous Huxley. Quindi possiamo rinunciare perché abbiamo fallito, e non provare più. Sicuramente non provare di nuovo ci eviterà un altro insuccesso, ma anche la possibilità di realizzare il nostro obiettivo. E’ utile imparare a considerare gli errori come opportunità per quello che ci insegnano, e integrare tale insegnamento nei nostri successivi tentativi.</p>
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		<title>La pigrizia è&#8230; perdere di vista il premio?</title>
		<link>https://www.gipcomunicazione.it/blog/?p=235</link>
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		<pubDate>Thu, 31 Jul 2014 05:46:05 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giovanni Iacoviello</dc:creator>
				<category><![CDATA[Crescita personale]]></category>
		<category><![CDATA[akrasia]]></category>
		<category><![CDATA[apprendimento]]></category>
		<category><![CDATA[obiettivi]]></category>
		<category><![CDATA[pigrizia]]></category>
		<category><![CDATA[premio]]></category>

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		<description><![CDATA[ “Se vuoi vedere, impara ad agire” Heinz von Foerster &#160; Vi ricordate se c’è stato un momento della vostra vita in cui siete stati restìi a iniziare qualcosa, per pigrizia, o non l’avete mai iniziata? E altri momenti in cui invece, dopo averla iniziata, l’avete trasformata in abitudine? Come avete fatto quella volta a vincere [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p align="right"><i> “Se vuoi vedere, impara ad agire”</i></p>
<p align="right"><i>Heinz von Foerster</i></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Vi ricordate se c’è stato un momento della vostra vita in cui siete stati restìi a iniziare qualcosa, per pigrizia, o non l’avete mai iniziata? E altri momenti in cui invece, dopo averla iniziata, l’avete trasformata in abitudine? Come avete fatto quella volta a vincere la pigrizia?</p>
<p>Un amico mi disse che a 18 anni non aveva voglia di lavorare, e che la voglia gli è venuta dopo qualche stipendio, quando ha realizzato la gratificazione economica da una parte, ma soprattutto il senso di indipendenza.</p>
<p>Ognuno colora un’azione di un significato diverso secondo la sua storia ed esperienza. Qualsiasi sia il significato per un dato premio, esso è un elemento che riesce a farsi preferire alla mancata lotta contro la pigrizia. Ad esempio, c’è chi ama il suo lavoro e dedica una parte del suo tempo al volontariato. Alcuni trovano il premio nel sentirsi utili, nel fare qualcosa per gli altri.</p>
<p>Forse sta qui la chiave dell’<i>akrasia</i> (termine greco che indica la debolezza della volontà), cioè la mancanza di un premio, o la mancanza del mettere a fuoco il premio che ricaveremo nello “spingere il carico” finché non si sposta. Nessuno vi può dire quale sia il vostro premio, dovete capirlo da voi facendo delle prove, divertendovi a sbagliare, ed eventualmente riprovare.</p>
<p><span id="more-235"></span></p>
<p><b>Come si fa a mangiare un cocomero intero?</b></p>
<p>“Un morso alla volta!” – ha risposto il formatore americano Robert Dilts. Una delle strategie possibili per abbassare l’attrito iniziale per spostare un carico è alleggerirlo. In tal senso, un obiettivo può essere suddiviso in sotto-obiettivi. L’apatia impedisce di studiare un capitolo per un esame? Potremmo darci un obiettivo più piccolo, un paragrafo in un dato tempo senza distrazioni. Quando lo sforzo è stato compiuto, il premio potrebbe essere quello della gratificazione per aver portato a termine un obiettivo. Una gratificazione più grande, come il giocatore di video-game che arriva allo schema successivo, può essere quella di aumentare gradualmente il proprio sotto-obiettivo, per avere come premio anche qualcosa da subito, e cioè il gusto della sfida, l’emozione di provare a superarsi. Se il premio non è abbastanza grande e immediato da vincere la resistenza all’azione, si può quindi rendere più piccola e fattibile l’azione stessa.</p>
<p><b>Dal cocomero al pomodoro che misura il tempo…</b></p>
<p>Il “metodo del pomodoro” è stato inventato da Francesco Cirillo, uno studente universitario che usava un timer a forma di pomodoro  per cronometrare le sue sessioni di studio senza distrazioni.</p>
<p>Anche se si passa dallo studio al lavoro, si può provare a mettere il conto alla rovescia di mezz’ora per un impegno che dobbiamo assolvere (scrivere un report, una relazione o  un articolo), contando che spesso cerchiamo per ore l’ispirazione prima di iniziarlo. Il fatto di avere un tempo limitato a disposizione ci può stimolare a dare il meglio in meno tempo.</p>
<p><!--more--></p>
<p><b>Dalla paura di non essere “portati” alla consapevolezza dell’apprendimento.</b></p>
<p>“Non ho talento, non sono portato!” &#8211; Questa purtroppo è una delle credenze più limitanti per la crescita personale di ognuno. Il maggior motivo per cui non siamo bravi in qualcosa è la mancanza di abitudine, allenamento, e quindi apprendimento. Così, la scusa di non essere portati ad usare il pc per molte persone è spesso stata usata per celare la frustrazione dei primi errori, normalissimi e inevitabili per chi sta imparando qualcosa, e qualche volta la resistenza a voler capire che serve costanza per acquisire un’abilità.</p>
<p>Quindi la “predisposizione” può essere spesso un alibi comodo, e comunque fuorviante. Come diceva la psicoterapeuta Virginia Satir: “Quello che sono oggi è indice di quello che ho imparato, non di quello che è il mio potenziale”. Potremmo imparare pure, esplorando le possibilità e sperimentando, quali sono i nostri premi, e a come non staccarvi gli occhi.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Giovanni Iacoviello</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Se vuoi informarti sulle possibilità per organizzare un&#8217;azione formativa presso la tua azienda, contattaci: info@gipcomunicazione.it</p>
]]></content:encoded>
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		</item>
		<item>
		<title>Le obiezioni… qualcosa di personale?</title>
		<link>https://www.gipcomunicazione.it/blog/?p=154</link>
		<comments>https://www.gipcomunicazione.it/blog/?p=154#comments</comments>
		<pubDate>Thu, 19 Jun 2014 07:21:20 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giovanni Iacoviello</dc:creator>
				<category><![CDATA[Crescita personale]]></category>
		<category><![CDATA[autostima]]></category>
		<category><![CDATA[crescita personale]]></category>
		<category><![CDATA[gestione della critica]]></category>
		<category><![CDATA[gestione delle obiezioni]]></category>
		<category><![CDATA[obiettivi]]></category>

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		<description><![CDATA[La vita non è ciò che ci accade, ma ciò che facciamo con ciò che ci accade Aldous Huxley &#160; Le obiezioni: pericolose nemiche o nostre alleate? Anche se non siamo venditori o non ci occupiamo di pubbliche relazioni, possiamo sostenere che non ne incontriamo sul nostro cammino extraprofessionale, rivolte a noi o alla nostra [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p align="right"><i>La vita non è ciò che ci accade, ma ciò che facciamo con ciò che ci accade</i></p>
<p align="right"><i>Aldous Huxley</i></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Le obiezioni: pericolose nemiche o nostre alleate? Anche se non siamo venditori o non ci occupiamo di pubbliche relazioni, possiamo sostenere che non ne incontriamo sul nostro cammino extraprofessionale, rivolte a noi o alla nostra idea? Il venditore e il cliente non sono ancora delle persone, con le loro emozioni, e il loro lato relazionale in gioco?</p>
<p>Partiamo dal contesto della vendita, indicando le parole del formatore Cesare Sansavini: “I più grandi venditori hanno l’abilità di trasformare le domande più ostili in opportunità di vendita”.</p>
<p>Se non sentiamo l’esigenza di convincere o persuadere qualcuno della bontà della nostra idea solo nella vendita, ma in svariate situazioni nella vita quotidiana, allora questo non è un problema solo commerciale, ma genuinamente umano.</p>
<p><span id="more-154"></span></p>
<p>Guido Franchi e Fabrizio Pirovano hanno scritto, su un libro che riguarda la vendita (ed. De Vecchi 2001): “Il venditore tradizionale teme le obiezioni del cliente: in alcuni casi, le considera come critiche dirette alla sua persona”. E’ comprensibile che ci si risenta del rifiuto di una nostra idea, che a volte anche nei toni ci può far sentire rifiutati in tutta la nostra persona. Proviamo però a pensare se in un’obiezione ci possa essere il seme per portare a casa qualche frutto.</p>
<p>Ci sono persone che non obiettano esplicitamente, ma poi si tengono la loro perplessità per sé, e magari ignoreranno più avanti noi o la nostra idea senza nessun “annuncio ufficiale”. Quindi a volte dovremmo essere contenti che ci abbiano dato l’opportunità di conoscere il loro pensiero. Conoscendolo possiamo agire in un modo o nell’altro, mentre in caso contrario non avremmo avuto nessuna opportunità.</p>
<p>Dietro un’obiezione ci può essere la prova di un interesse. Conosciamo bene il detto “chi disprezza compra”. Spesso uno non si prenderebbe altrimenti la briga di obiettare. Alcuni, quando si sentono attratti da una persona, la prendono un po’ in giro o gli fanno una critica finta per mascherare quello che provano. Allora accettare una critica e prenderla come spunto per saperne di più può essere un’opportunità per approfondire la conoscenza con l’altra persona.</p>
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<p>Dietro un’obiezione ci può essere un buono spunto per migliorare un aspetto di una nostra idea, o qualche aspetto di noi. Se riusciamo a non considerare una critica come un voler “buttare via tutto il pacchetto” (con noi dentro), ma come uno spunto per migliorare qualcosa di noi, possiamo considerare che è difficile cambiare le abitudini, ma non impossibile, specialmente se prese una per volta e incorniciate ufficialmente in un nostro obiettivo da monitorare. Se la critica riguarda materialmente un nostro prodotto, allora perché non trasformarla in opportunità per chiarire se ci sia una perplessità dell’altro non chiarita? Magari il prodotto non ha davvero la carenza indicata, e questa è un’ottima occasione per integrare le informazioni che mancavano all’interlocutore.</p>
<p>Dietro un’obiezione ci può essere un bisogno o un’esigenza reale dell’altra persona che potrebbe valere la pena ascoltare per apportare valore a lei e a persone che si trovano in una situazione simile, magari un bisogno latente non ancora soddisfatto dal mercato in quel settore, o un problema personale che non è stato ancora risolto, che magari può esserlo con un servizio aggiuntivo (e se non avessimo ascoltato bene l’obiezione, avremmo potuto suggerirglielo?).</p>
<p>Si dice che un buon comunicatore sia bravo ad evitare di fare critiche o usare altri “ingredienti” della comunicazione fallimentare. Dall’altra, soprattutto nella negoziazione, è anche quello bravo a reggere le critiche degli altri, facendosele scivolare addosso se sterili, e cercando di farne tesoro se costruttive. Allora una critica o un’obiezione possono essere un’ottima opportunità per aumentare la nostra forza nel reggere “colpi”, con la capacità di immedesimarsi nell’altro e ascoltare un po’ meno la nostra vocina interiore. Certo, quella vocina a volte ci consiglia bene, come quando ci ricorda i nostri obiettivi, ma altre volte, quando si focalizza su cose negative e improduttive, con l’effetto di un rimuginare sterile ci fa solo soffrire e sprecare energie mentali.</p>
<p>Infine, un’obiezione può essere una splendida opportunità per conoscere meglio la mappa del mondo dell’altra persona, e di condividere conoscenze con lei, nonché di costruire insieme un nuovo progetto comunicativo, di condivisione, di collaborazione.</p>
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<p><em>&#8230; a giovedì prossimo col prossimo post&#8230;</em></p>
<p>Giovanni Iacoviello</p>
<p>giovanni.iacoviello@gmail.com</p>
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