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	<title>Il Viaggio di Scoperta &#187; giudizio</title>
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	<description>Il Blog di GIP Comunicazione</description>
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		<title>Nessuno mi può giudicare?</title>
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		<pubDate>Sat, 17 Jan 2015 06:47:18 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giovanni Iacoviello</dc:creator>
				<category><![CDATA[Crescita personale]]></category>
		<category><![CDATA[creatività]]></category>
		<category><![CDATA[giudizio]]></category>
		<category><![CDATA[squadra]]></category>

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		<description><![CDATA[“La tendenza a giudicare gli altri è la più grande barriera alla comunicazione e alla comprensione”. Carl Rogers &#160; A volte nei gruppi di lavoro e nelle riunioni tendiamo a chiuderci e a non prestare la nostra collaborazione ai nostri colleghi perché li giudichiamo non corretti come noi, e quindi non meritevoli del nostro aiuto. [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p align="right"><i>“La tendenza a giudicare gli altri è la più grande barriera alla comunicazione e alla comprensione”.</i></p>
<p align="right"><i>Carl Rogers</i></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>A volte nei gruppi di lavoro e nelle riunioni tendiamo a chiuderci e a non prestare la nostra collaborazione ai nostri colleghi perché li giudichiamo non corretti come noi, e quindi non meritevoli del nostro aiuto. Ma quando si è in una squadra, che sia sportiva o lavorativa, ci possiamo astenere dal lavorare con qualcuno degli altri? E se lo facessimo, vincerebbe la nostra moralità o il nostro egoismo?</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><b>Sospensione del giudizio.</b></p>
<p>Per lo studioso di creatività Edward De Bono, una delle regole da usare perché un <i>brainstorming</i> sia produttivo per risolvere problemi o per creare, è quello di produrre idee senza giudicarle e inibirle. Dovremmo sospendere il giudizio, perché lo scopo iniziale è produrre più idee possibili.</p>
<p>Senza contare che le critiche ad un’idea possono inibire qualche partecipante. Solo dopo aver prodotto tante idee si passa alla fase in cui si valutano e scelgono quelle più attuabili, gratificando tutti i partecipanti.</p>
<p>Se rifiutiamo o ostacoliamo sistematicamente le idee di un dato collega perché ci è antipatico, ci dimentichiamo innanzitutto che nessun tribunale ci ha investito dell’onere di fare il giudice, e in secondo luogo che rischiamo di privare la squadra di contributi utili.</p>
<p>Spesso inoltre è difficile distinguere i casi in cui abbiamo giudicato un’idea obiettivamente come inadeguata dai casi in cui l’abbiamo valutata male influenzati dalla nostra antipatia verso la persona che l’ha proposta.</p>
<p>Se siamo in posizione di leader è importante, per il bene del gruppo, non farci influenzare dalle nostre simpatie e antipatie nel giudizio sulle idee. Anche una persona antipatica può avere buone idee, e si dice che molti geni del passato sono stati ritenuti odiosi dai colleghi e collaboratori.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><b>La focalizzazione positiva.</b></p>
<p>Un membro prezioso di un team è quello che sa dare il buon esempio, non quello che spinge per far valere la propria opinione ignorando quella altrui. E’ quello che stimola gli altri a dare il meglio.</p>
<p>Ma come è possibile che questo accada se ostacoliamo un membro del gruppo solo perché non lo riteniamo all’altezza?</p>
<p>Un buon membro di una squadra (e a maggior ragione un buon capitano) sa valorizzare gli elementi positivi di ognuno degli altri giocatori, in modo che ognuno contribuisca con i suoi punti forti. Se qualcuno ci sta antipatico non possiamo “buttare via tutto il pacchetto&#8221;. Quindi tanto vale sospendere i giudizi morali verso i colleghi nei momenti in cui si deve lavorare e produrre, e tenere conto il più possibile dei loro pregi più che dei difetti. A tal proposito, il saggista e filosofo Emil Cioran ha detto: “Non possiamo rinunciare ai difetti degli uomini senza rinunciare, nel contempo, alle loro virtù”.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><b>Lo scopo sovraordinato comune a tutti.</b></p>
<p>Quando lavoriamo in un’azienda, in un gruppo, in una squadra, non possiamo pensare di avere degli scopi separati da quelli degli altri. Anche se i nostri modi di vedere le cose possono essere giustamente e utilmente diversi, non possiamo dimenticare che lavoriamo tutti per uno scopo comune. Molto spesso i litigi si dirimono realizzando questa pratica realtà. Non si possono combattere battaglie di idee personali con la logica della ragione e del torto. E’ più utile accettare incondizionatamente l’idea diversa dell’altro e cercare il modo di integrarla un po’ con la nostra per i fini della squadra, invece di tenerle separate e in competizione in modo sterile. Uno studioso della storia delle idee, Steven Johnson, sostiene che sono proprio gli ambienti e le piattaforme condivise ad accrescere la creatività e la redditività delle persone che vi operano. Quindi varrebbe la pena domandarsi se ostacolare la collaborazione con gli ‘antipatici’ faccia più bene o più male ai risultati complessivi del gruppo.</p>
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		<title>Le scorrettezze sono sempre quelle degli altri?</title>
		<link>https://www.gipcomunicazione.it/blog/?p=316</link>
		<comments>https://www.gipcomunicazione.it/blog/?p=316#comments</comments>
		<pubDate>Thu, 11 Sep 2014 07:15:23 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giovanni Iacoviello</dc:creator>
				<category><![CDATA[Crescita personale]]></category>
		<category><![CDATA[attribuzione]]></category>
		<category><![CDATA[giudizio]]></category>
		<category><![CDATA[responsabilità]]></category>

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		<description><![CDATA[Il giudizio sulle nostre e sulle altrui azioni quotidiane &#160; &#8220;Le cattive azioni degli uomini vivono nel bronzo, mentre quelle virtuose le scriviamo sull&#8217;acqua&#8221; William Shakespeare &#160; Nell’avere a che fare con gli altri, siamo imparziali osservatori, oppure tendiamo a classificarli e a spiegare le loro azioni con una certa tendenza? Siamo capaci nelle interazioni [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p align="center">Il giudizio sulle nostre e sulle altrui azioni quotidiane</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: right;"><em><span style="color: #000000;">&#8220;Le cattive azioni degli uomini vivono nel bronzo, mentre quelle virtuose le scriviamo sull&#8217;acqua&#8221;</span></em></p>
<p style="text-align: right;"><em><span style="color: #000000;">William Shakespeare</span></em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Nell’avere a che fare con gli altri, siamo imparziali osservatori, oppure tendiamo a classificarli e a spiegare le loro azioni con una certa tendenza? Siamo capaci nelle interazioni di riconoscere le nostre responsabilità e le attenuanti dell’altro, o tendiamo a fare il contrario?</p>
<p><b>La differenza tra attore e osservatore nell’attribuzione di caratteristiche.</b></p>
<p>Quando osserviamo e valutiamo i comportamenti delle persone, di solito tendiamo ad attribuirli alle loro qualità permanenti piuttosto che a fattori che riguardano la situazione. Lo psicologo sociale Luciano Arcuri ha fornito l’esempio di quando guidiamo l’automobile. Le scorrettezze degli altri ci sembrano stabili, mentre le nostre sarebbero situazionali.</p>
<p>Viene da pensare che vi sarà la tendenza a giudicare più negativamente l’attore osservato che noi stessi, che in quella particolare situazione possiamo avere una giustificazione contestuale. E’ facile allora avere una scusa per sé (oggi sono molto stanco), e un’etichetta per attribuire una caratteristica stabile agli altri (è una persona maleducata, è un pirata della strada, etc.).</p>
<p><span id="more-316"></span></p>
<p><b>L’incoerenza è sempre quella degli altri.</b></p>
<p>A volte capita di ascoltare le dichiarazioni sui desideri delle persone, sui loro atteggiamenti riguardo alcune questioni, su come si comporterebbero in determinate situazioni. Poi magari scopriamo delle discrepanze nelle loro azioni, interpretandole come incoerenza. Ma è l’unica spiegazione possibile? Quando capita a noi di comportarci diversamente da quanto dichiarato ci giustifichiamo pensando di avere cambiato a ragion veduta idea sulla questione, o che in quella situazione un particolare fattore ci ha impedito di agire come previsto. Troviamo delle attenuanti alle nostre incoerenze.</p>
<p>Per l’incoerenza tra dichiarazioni e azioni delle persone, il giornalista Vance Packard ci raccontava (nel libro <i>I Persuasori Occulti</i>) che gli imprenditori negli anni ’50 del secolo scorso avevano imparato a dubitare delle dichiarazioni delle persone nelle indagini di mercato, concludendo che:</p>
<p>1)    E’ un errore dare per assodato che la gente sappia ciò che vuole;</p>
<p>2)    Non si può presumere che la gente dica la verità su desideri e paure, né che ne sia consapevole;</p>
<p>3)    E’ deleterio presumere che il pubblico si comporti razionalmente.</p>
<p>Il differente metro di misura adottato quando osserviamo le azioni dell’altro rispetto alle nostre ci porta spesso a distorsioni valutative sul comportamento altrui. Per esempio se attribuiamo la stabilità al comportamento indesiderato dell’altro mentre al nostro diamo le attenuanti situazionali, può abbassarsi la fiducia di poter andare d’accordo con una data persona con la quale abbiamo avuto un diverbio. Potremmo concludere che non ci possiamo ragionare perché “tanto è fatta così”. E diventerebbe una “profezia che si autorealizza” (credere di avere poche chance di redimere una controversia ci può portare a impegnarci poco, andando a confermare la nostra teoria iniziale).</p>
<p>Per uscire da questo circolo vizioso potrebbe essere utile entrare nell’ottica di non giudicare l’altra persona per una singola azione, ed eventualmente utilizzare la profezia autorealizzante in modo positivo: “penso che il cliente rompiscatole che ho davanti in realtà sia ragionevole, solo che oggi se n’è dimenticato perché qualcosa gli è andato storto”. In quel caso, perché no, si potrebbe ricordargli quanto di solito sia saggio, senza esplicitarlo ma portando avanti questa convinzione nel nostro modo di interagire con lui.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Giovanni Iacoviello</p>
<p>giovanni.iacoviello@gmail.com</p>
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]]></content:encoded>
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		<title>Si possono trasformare le critiche in risorse? &#8211; ultima parte</title>
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		<comments>https://www.gipcomunicazione.it/blog/?p=152#comments</comments>
		<pubDate>Thu, 22 May 2014 16:13:30 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giovanni Iacoviello</dc:creator>
				<category><![CDATA[Autostima]]></category>
		<category><![CDATA[critiche]]></category>
		<category><![CDATA[giudizio]]></category>
		<category><![CDATA[risorse]]></category>

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		<description><![CDATA[Più stupido lo stupido o chi dice stupido allo stupido? Al di là del fatto che esista o meno una vera intelligenza misurabile con test non influenzati culturalmente (provate a stabilire quanto è intelligente l’indigeno che non ha risposto alle domande di un test e quanto è “stupido” uno studente dotato di 160 di Q.I. [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><b>Più stupido lo stupido o chi dice stupido allo stupido?</b></p>
<p>Al di là del fatto che esista o meno una vera intelligenza misurabile con test non influenzati culturalmente (provate a stabilire quanto è intelligente l’indigeno che non ha risposto alle domande di un test e quanto è “stupido” uno studente dotato di 160 di Q.I. nel districarsi e sopravvivere in una foresta sperduta nel mondo), anche grazie agli studi neurofisiologici sulla plasticità neurale non si potrebbe affatto sostenere che l’intelligenza sia totalmente innata. Piuttosto, più si pratica una materia o disciplina, e più la si impara, e più l’impressione degli osservatori è che noi siamo molto intelligenti e abili, o dotati, mentre le rappresentazioni neurali e le sinapsi relative si incrementano. Quindi sarebbe più plausibile l&#8217;affermazione che siamo tutti intelligenti in quello che sappiamo fare meglio, più di altri che lo fanno male, e meno di quelli che sanno fare qualcosa che a noi non riesce, ma solo in quella cosa.</p>
<p><span id="more-152"></span></p>
<p>E non esiste anche un’intelligenza sociale? Un set di abilità sociali sviluppate, tatto, diplomazia, buona comunicazione? E allora se ci fosse effettivamente una persona stupida, e un’altra gli e lo esplicitasse a parole, quest’ultima sarebbe più “stupida” dal punto di vista sociale, per il motivo che appare sconveniente e maleducato dare giudizi negativi espliciti sull’interlocutore. Per questo un giudizio di stupidità dato da un “socialmente stupido” perderebbe di credibilità. A questo proposito viene in mente l’opera teatrale pirandelliana <i>Il berretto a sonagli</i>, nella quale la signora Beatrice manda via per una commissione lo scrivano Ciampa per far sorprendere al commissario l’adulterio del proprio marito con la moglie di lui, incurante del fatto di rendere così pubblico lo scandalo e infangando le tre persone, oltre che se stessa. Il Ciampa le fa notare che solo da “pazza” può dire in faccia alla gente la “verità”.</p>
<p>Ci sono casi in cui le persone criticano aspetti che non possiamo cambiare, come il colore della pelle, l’altezza, e così via, così che se mai fossero vere le critiche, noi non potremmo fare niente per cambiare la situazione, né avrebbe senso farlo. In questo caso la nostra reazione potrebbe spostarsi dal nostro presunto difetto al difetto sociale dell’altra persona. E’ questa che si dovrebbe imbarazzare per la sua inettitudine. Se noi rispondiamo a tale critica con umorismo, diventa meno interessante prenderci ancora in giro e punzecchiarci per chi voleva sortire l’effetto di ferirci. Se sappiamo prenderci in giro da soli, diventiamo anche più gradevoli e simpatici, e a nostra volta più abili socialmente.</p>
<p><b> <!--more--></b></p>
<p><b>Le possibili risorse e opportunità dietro a una critica.</b></p>
<p>Quando invece i difetti possono derivare dalla nostra mancanza di volontà, vale sempre la pena di chiederci se dietro la critica, nonostante sia in difetto il cattivo comunicatore che abbiamo davanti, possiamo trovare un’opportunità per migliorare. E allora, da una parte possiamo diventare sempre più bravi a gestire i commenti negativi abbassando le nostre reazioni emotive, come una ginnastica “emotiva” di cui i negoziatori sono abili, per la semplice evidenza del fatto che chi è più calmo ha maggiore potere negoziale di chi è turbato emotivamente. Dall’altra, potremmo valutare quello che possiamo fare per migliorare quell’aspetto criticato, come ad esempio la pigrizia.</p>
<p>Se mi risento troppo di una critica, ottengo il risultato di sottrarre l’energia disponibile per migliorare sprecandola per le cattive emozioni. Potrei cadere nel circolo vizioso del “perché sono così meschino?”. Il formatore Robert Dilts faceva notare che, se non siamo nel campo della medicina, in cui una malattia si cura dopo che si è trovata la causa, come un batterio o una disfunzione genetica, ma siamo nel campo dei problemi umani, la domanda “perché” non è utile perché fa concentrare sul problema piuttosto che sulla soluzione. Per trovare soluzioni, invece, sono ottime le domande “come”. Così, per Dilts, soprattutto per un nostro difetto, che potrebbe essere rivalutato come “area di miglioramento”, le migliori domande sarebbero “cosa posso imparare da questo errore?” o “come posso fare in modo che questa mia carenza diventi un punto di forza e io possa migliorare in questo aspetto della mia vita?”. Le risposte a queste domande sono dei progetti di auto-miglioramento per obiettivi concreti, dove invece le domande “perché” ci facevano solo &#8220;piangere addosso&#8221; in maniera sterile. Se colgo positivamente una critica, e cerco di vedere se è in mio potere migliorarmi in un aspetto, allora potrò utilizzare proficuamente quell’energia che altrimenti sprecherei nel risentimento. Come diceva lo scrittore Aldous Huxley: “La vita non è ciò che ci accade, ma ciò che facciamo con ciò che ci accade”. E allora la vita sarebbe accogliere le critiche con umorismo quando riguardano aspetti immodificabili di noi, aggiungendo magari la buona volontà di migliorarci e la fissazione di un obiettivo quando la cosa dipende da noi ed è nostro desiderio cambiare, ringraziando qualche volta quei “pazzi pirandelliani” o “inetti sociali” che ci criticano per avere evidenziato una nostra area di miglioramento e per l’opportunità di crescere.</p>
<p>Giovanni Iacoviello</p>
<p>giovanni.iacoviello@gmail.com</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Si possono trasformare le critiche in risorse?</title>
		<link>https://www.gipcomunicazione.it/blog/?p=147</link>
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		<pubDate>Fri, 16 May 2014 05:41:56 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giovanni Iacoviello</dc:creator>
				<category><![CDATA[Autostima]]></category>
		<category><![CDATA[Crescita personale]]></category>
		<category><![CDATA[autostima]]></category>
		<category><![CDATA[gestione della critica]]></category>
		<category><![CDATA[giudizio]]></category>

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		<description><![CDATA[Il giudizio e le critiche. &#160; “La tendenza a giudicare gli altri è il più grande ostacolo alla comprensione e all’ascolto”. Carl Rogers, psicologo.   Critiche: funzioni negative e positive. Dietro alla parola “giudicare” usata da Rogers parrebbe esserci una connotazione negativa, forse riferendosi l’autore alle critiche improduttive, al puntare il dito su difetti e [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p align="center"><b>Il giudizio e le critiche.</b></p>
<p>&nbsp;</p>
<p align="right"><i>“La tendenza a giudicare gli altri è il più grande ostacolo alla comprensione e all’ascolto”.</i></p>
<p align="right"><i>Carl Rogers, psicologo.</i></p>
<p><b> </b></p>
<p><b>Critiche: funzioni negative e positive.</b></p>
<p>Dietro alla parola “giudicare” usata da Rogers parrebbe esserci una connotazione negativa, forse riferendosi l’autore alle critiche improduttive, al puntare il dito su difetti e differenze. Potremmo però anche rilevare delle situazioni in cui c’è una sfumatura semantica positiva nella parola: il giudizio in quei casi potrebbe essere una valutazione in senso lato e, perché no, anche positivo.</p>
<p>Anche se la connotazione del giudizio fosse negativa, però, non è detto che non se ne possa guadagnare qualcosa. Di per sé la critica verso l’altro è una strategia comunicativa fallimentare, come hanno indicato a inizio ‘900 il formatore Dale Carnegie e ai giorni nostri lo psicoterapeuta Giorgio Nardone nel libro “Correggimi se sbaglio”, al di là dei possibili intenti “positivi” che possono motivare tale azione. Questo perché criticare l’altro lo può ferire o mettere sulla difensiva, suscitare risentimento e far chiudere in lui il canale dell’ascolto, nonché guastare la relazione almeno in un certo momento o situazione.</p>
<p><b> <span id="more-147"></span></b></p>
<p><b>La nostra reazione alla critica.</b></p>
<p>Se il buon comunicatore è quello che ha abbandonato e cerca di usare il meno possibile la comunicazione fallimentare (come il criticare), è anche quello che ha imparato ed affina l’abilità di reggere il colpo alle critiche che gli vengono fatte, gestendo le reazioni emotive.</p>
<p>Dietro alla nostra reazione emotiva diretta (rabbia, imbarazzo, paura, vergogna, risentimento) possono esserci o fastidio verso chi si arroga il diritto di mettersi sul piedistallo e giudicare, o risentimento perché la nostra visione del mondo non viene riconosciuta, o uno smacco all&#8217;immagine che abbiamo di noi, in quanto vogliamo essere all’altezza della situazione e accettati quindi socialmente, o soddisfatti, se vogliamo parlare nei termini della scala dei bisogni dello psicologo Abrahm Maslow, nei nostri desideri di stima, affetto e autorealizzazione.</p>
<p>Dietro alle emozioni suscitate da una critica potrebbe pure esserci un indizio del nostro funzionamento, e cioè in alcuni casi la nostra <em>resistenza al cambiamento</em>. Da una parte un’area non nota come quella del cambiamento ci spaventa, dall’altra costa fatica cambiare qualcosa delle nostre abitudini. Una critica, quindi, potrebbe essere rifiutata con forza e farci soffrire, e potremmo reagire ingaggiando una lotta con l’interlocutore sulle nostre divergenti visioni del mondo, o infastidirci al pensiero che chi ci giudica possa pensare di essere migliore di noi. Rifiutando la critica, spesso implicitamente rifiutiamo tale presunta superiorità dell’altro.</p>
<p><em>&#8230;a giovedì prossimo per l&#8217;ultima parte&#8230;</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Giovanni Iacoviello</p>
<p>giovanni.iacoviello@gmail.com</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Vuoi fare un corso di formazione nella tua azienda? Contattaci per valutare insieme le esigenze formative: info@gipcomunicazione.it</p>
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