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	<title>Il Viaggio di Scoperta &#187; Autostima</title>
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	<description>Il Blog di GIP Comunicazione</description>
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		<title>Esercizi per una splendida brutta figura &#8211; ultima parte</title>
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		<pubDate>Thu, 06 Nov 2014 06:12:34 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giovanni Iacoviello</dc:creator>
				<category><![CDATA[Autostima]]></category>
		<category><![CDATA[giudizio degli altri]]></category>
		<category><![CDATA[obiettivi]]></category>
		<category><![CDATA[sfida]]></category>

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		<description><![CDATA[Due pesi e due misure per la bravura nostra e degli altri? Spesso guardiamo i comportamenti e i risultati degli altri. Quando va bene lo facciamo per trarne ispirazione. Altre volte per confrontarci ed evidenziare ciò che ci manca per essere come loro. Oppure, ancora peggio, ci disperiamo per non essere ai loro livelli, pensando [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><b>Due pesi e due misure per la bravura nostra e degli altri?</b></p>
<p>Spesso guardiamo i comportamenti e i risultati degli altri. Quando va bene lo facciamo per trarne ispirazione. Altre volte per confrontarci ed evidenziare ciò che ci manca per essere come loro. Oppure, ancora peggio, ci disperiamo per non essere ai loro livelli, pensando che non riusciremo mai ad eguagliarli.</p>
<p>Nel fare i confronti con gli altri, come ad esempio con quel tale compagno di corso all’università che ha studiato solo due giorni per prendere trenta, mentre noi abbiamo dovuto studiare per un mese, ci sfuggono di mente tante cose.</p>
<p>Una è che la gente per l’effetto della desiderabilità sociale, cioè dell’immagine positiva che vuole dare di sé, tenderà a raccontarsi in modo da fare la migliore figura possibile, tendendo consapevolmente o no ad esagerare.</p>
<p>Un altro aspetto è quello dell’organizzazione. Non sapremo mai se il compagno “da trenta” ha seguito e preso molti appunti e ha già studiato durante il corso, e negli ultimi due giorni ha solo ripassato. Inoltre non sapremo mai se grazie ai suoi studi superiori o alla sua passione personale il compagno fosse già esperto degli argomenti dell’esame.</p>
<p>Insomma è impossibile fare un confronto obiettivo tra le abilità di due persone in un compito in senso assoluto attraverso le loro performance attuali, perché ci manca la verificabilità delle informazioni riguardo al loro training.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><b>La sfida più importante con se stessi.</b></p>
<p>Se essere obiettivi è impossibile, allora confrontarci con gli altri può diventare addirittura controproducente. Può essere più utile cercare di superare noi stessi.</p>
<p>Fare meglio ogni giorno nelle attività in cui ci applichiamo è spesso inevitabile. Nelle nostre mansioni abituali ogni giornata in cui ci adoperiamo in un’attività o esperienza non possiamo tornare indietro in termini di apprendimento.</p>
<p>Possiamo al limite restare ugualmente efficienti, ma è molto più probabile che faremo di più perché avremo accumulato esperienza ed attività pratica (allenamento), sapremo organizzarci meglio, e saremo più critici ed esperti sulla qualità del nostro lavoro.</p>
<p>Potendo rendere conto a noi stessi dei nostri risultati è possibile comprendere tutte le variabili coinvolte, operare un confronto obiettivo e partecipare ad una sfida realistica e stimolante. Da questo punto di vista la sfida più importante è quella con se stessi.</p>
<p><b> </b></p>
<p><b>Allenarsi a migliori performance o a migliori brutte figure?</b></p>
<p>A volte <i>per vincere è utile perdere</i>. Per vincere dove si gareggia contro due avversari insieme, cioè la difficoltà di un compito e il giudizio degli altri mentre lo si esegue, può essere utile darsi la possibilità di sbagliare, o di fare brutte figure.</p>
<p>Se provando a fare una cosa per la prima volta mi ponessi l’obiettivo di riuscire perfettamente avrei successo? Probabilmente no. Quindi avrei poco margine di errore e la mia paura di sbagliare sarebbe alta. Una grossa fetta della mia energia verrebbe bruciata da questo pensiero e dalle relative emozioni.</p>
<p>Se come obiettivo invece avessi quello di fare errori o brutte figure, mi allenerei in quelle cose senza sprecare energie temendo di sbagliare, un po’ come si racconta riguardo allo stile Zen nell’arte del tiro al bersaglio giapponese, dove pare ci si alleni inizialmente a non colpire il bersaglio.</p>
<p>Riducendo ad un paradosso: l’arte dell’eccellere è “l’<i>arte di fare errori provando”</i>, riuscendo nel contempo ad utilizzare ciò che abbiamo imparato dagli errori per progredire.</p>
<p>Ecco allora che, contro ogni buon senso, per imparare a fare bene potremmo allenarci a fare una “splendida” brutta figura.</p>
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		<title>Esercizi per una splendida brutta figura</title>
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		<pubDate>Fri, 31 Oct 2014 11:24:07 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giovanni Iacoviello</dc:creator>
				<category><![CDATA[Autostima]]></category>
		<category><![CDATA[opportunità]]></category>
		<category><![CDATA[vergogna]]></category>

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		<description><![CDATA[Prima parte. “La vita non è ciò che ci accade, ma ciò che facciamo con ciò che ci accade”. Aldous Huxley &#160; Immaginate un mondo in cui le brutte figure sono apprezzate. Immaginate un mondo in cui le persone non si vantano delle avventure che hanno vissuto, ma delle figuracce che hanno fatto, gonfiandole ed [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: left;" align="right"><strong>Prima parte.</strong></p>
<p align="right"><i>“La vita non è ciò che ci accade, ma ciò che facciamo con ciò che ci accade”.</i></p>
<p align="right"><i>Aldous Huxley</i></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Immaginate un mondo in cui le brutte figure sono apprezzate. Immaginate un mondo in cui le persone non si vantano delle avventure che hanno vissuto, ma delle figuracce che hanno fatto, gonfiandole ed esagerandole.</p>
<p>Magari in quel mondo non esisterebbe la vergogna, oppure la si proverebbe per motivi diversi da quelli per cui la proviamo noi (magari per non avere fatto molte brutte figure!).</p>
<p><b> </b></p>
<p><b>Il rapporto con gli errori e gli spettatori.</b></p>
<p>Che forma ha la minaccia? Com’è nata? Da bambini esploravamo l’ambiente, e poi magari abbiamo toccato la caffettiera e ci siamo scottati. Quindi la caffettiera è diventata una minaccia, e abbiamo imparato a starne lontani. Come ci poniamo di fronte agli errori? Evitiamo i contesti in cui possiamo sbagliare per non scottarci più? Che cosa ci ha scottato? Quello che pensiamo di noi, o quello che pensano gli altri?</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><b>Prepararsi all’infinito per rimandare la sfida con la brutta figura.</b></p>
<p>A volte per evitare una brutta figura, o una scarsa performance in un compito in cui non ci sentiamo abbastanza allenati o in cui abbiamo degli spettatori che percepiamo come giudicanti o esigenti, possiamo utilizzare come strategia di difesa l’evitamento. Evitiamo quindi la situazione che ci mette nella condizione di provare ansia da prestazione. Il poeta Fernando Pessoa diceva: “Porto le ferite delle battaglie evitate”. L’evitare una situazione stressante o minacciosa fa star bene al momento, ma nel futuro ci porta a rimpianti. Avendo evitato certi contesti e situazioni abbiamo anche perso molte occasioni per crescere, migliorare, conoscere gente nuova, avanzare professionalmente, etc. Forse sono i rimpianti le “ferite” di cui parlava Pessoa. Rimandare all’infinito una cosa che dobbiamo fare, quindi, non è la strategia migliore, anche perché più evitiamo, più diventa vero nella nostra mente che quell’evento è minaccioso, piuttosto che un’opportunità che possiamo cogliere.</p>
<p>A volte cerchiamo all’infinito informazioni su come fare bene una cosa, per sentirci pronti, leggendo magari articoli e libri. Però anche questa è una forma spesso mascherata di “rimandite”, dato che <i>non avremo mai la quantità giusta di teoria per sentirci bravi</i> in qualcosa. Ci sentiremo bravi solo dopo aver fatto della pratica. L’atto di acquisire teoria finché non siamo esperti ci fa cadere in un circolo vizioso che non ci porterà mai a far pratica.</p>
<p><b> </b></p>
<p><b>Lao Tzu: “rispondi in maniera intelligente anche a chi ti tratta stupidamente”</b>.</p>
<p>A volte evitiamo di metterci alla prova in certi compiti e situazioni perché abbiamo paura di ricevere critiche che possono farci male. Magari ne abbiamo avuto esperienza, e un certo giudizio forse non ha fatto chiudere occhio a qualcuno di noi in una qualche notte della nostra vita. Però anche qui possono esserci diverse opportunità. :</p>
<p>Potremmo certamente subire le critiche e i giudizi pesanti, sentendoci delle vittime inermi, impossibilitati a difenderci da queste situazioni in cui siamo incappati per sfortuna</p>
<p>Però potremmo anche sviluppare la capacità di “incassare” le critiche degli altri, e allenarci nel dare meno peso ai loro giudizi, in modo che le critiche con l’allenamento non ci faranno più male. Dalle risposte che diamo ai giudizi degli altri gli facciamo capire che peso gli attribuiamo. Se rispondiamo con stizza, con dispiacere o piagnucolando chi ci ha trattato “stupidamente” può sentire di essere superiore, o di avere colto nel segno, o di avere potere su di noi. Ma potremmo rispondere anche come chi non è rimasto intaccato per nulla, e farci scivolare addosso le critiche improduttive. Se pensiamo che in realtà è l’altro in difetto perché ha delle scarse abilità sociali nel momento in cui si prende la libertà di criticare pesantemente qualcuno mancando di tatto, allora possiamo avere una lettura della situazione diversa e rispondere in un modo che ci fa apparire più adattati e meno indifesi nella situazione. Quindi possiamo dare il giusto peso a certe parole, e cioè un valore basso, e rispondere agli “stupidi” esibendo l’abilità di cui difettano, cioè la buona educazione.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><i>&#8230; giovedì prossimo l’ultima parte…</i></p>
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		<title>Si possono trasformare le critiche in risorse? &#8211; ultima parte</title>
		<link>https://www.gipcomunicazione.it/blog/?p=152</link>
		<comments>https://www.gipcomunicazione.it/blog/?p=152#comments</comments>
		<pubDate>Thu, 22 May 2014 16:13:30 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giovanni Iacoviello</dc:creator>
				<category><![CDATA[Autostima]]></category>
		<category><![CDATA[critiche]]></category>
		<category><![CDATA[giudizio]]></category>
		<category><![CDATA[risorse]]></category>

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		<description><![CDATA[Più stupido lo stupido o chi dice stupido allo stupido? Al di là del fatto che esista o meno una vera intelligenza misurabile con test non influenzati culturalmente (provate a stabilire quanto è intelligente l’indigeno che non ha risposto alle domande di un test e quanto è “stupido” uno studente dotato di 160 di Q.I. [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><b>Più stupido lo stupido o chi dice stupido allo stupido?</b></p>
<p>Al di là del fatto che esista o meno una vera intelligenza misurabile con test non influenzati culturalmente (provate a stabilire quanto è intelligente l’indigeno che non ha risposto alle domande di un test e quanto è “stupido” uno studente dotato di 160 di Q.I. nel districarsi e sopravvivere in una foresta sperduta nel mondo), anche grazie agli studi neurofisiologici sulla plasticità neurale non si potrebbe affatto sostenere che l’intelligenza sia totalmente innata. Piuttosto, più si pratica una materia o disciplina, e più la si impara, e più l’impressione degli osservatori è che noi siamo molto intelligenti e abili, o dotati, mentre le rappresentazioni neurali e le sinapsi relative si incrementano. Quindi sarebbe più plausibile l&#8217;affermazione che siamo tutti intelligenti in quello che sappiamo fare meglio, più di altri che lo fanno male, e meno di quelli che sanno fare qualcosa che a noi non riesce, ma solo in quella cosa.</p>
<p><span id="more-152"></span></p>
<p>E non esiste anche un’intelligenza sociale? Un set di abilità sociali sviluppate, tatto, diplomazia, buona comunicazione? E allora se ci fosse effettivamente una persona stupida, e un’altra gli e lo esplicitasse a parole, quest’ultima sarebbe più “stupida” dal punto di vista sociale, per il motivo che appare sconveniente e maleducato dare giudizi negativi espliciti sull’interlocutore. Per questo un giudizio di stupidità dato da un “socialmente stupido” perderebbe di credibilità. A questo proposito viene in mente l’opera teatrale pirandelliana <i>Il berretto a sonagli</i>, nella quale la signora Beatrice manda via per una commissione lo scrivano Ciampa per far sorprendere al commissario l’adulterio del proprio marito con la moglie di lui, incurante del fatto di rendere così pubblico lo scandalo e infangando le tre persone, oltre che se stessa. Il Ciampa le fa notare che solo da “pazza” può dire in faccia alla gente la “verità”.</p>
<p>Ci sono casi in cui le persone criticano aspetti che non possiamo cambiare, come il colore della pelle, l’altezza, e così via, così che se mai fossero vere le critiche, noi non potremmo fare niente per cambiare la situazione, né avrebbe senso farlo. In questo caso la nostra reazione potrebbe spostarsi dal nostro presunto difetto al difetto sociale dell’altra persona. E’ questa che si dovrebbe imbarazzare per la sua inettitudine. Se noi rispondiamo a tale critica con umorismo, diventa meno interessante prenderci ancora in giro e punzecchiarci per chi voleva sortire l’effetto di ferirci. Se sappiamo prenderci in giro da soli, diventiamo anche più gradevoli e simpatici, e a nostra volta più abili socialmente.</p>
<p><b> <!--more--></b></p>
<p><b>Le possibili risorse e opportunità dietro a una critica.</b></p>
<p>Quando invece i difetti possono derivare dalla nostra mancanza di volontà, vale sempre la pena di chiederci se dietro la critica, nonostante sia in difetto il cattivo comunicatore che abbiamo davanti, possiamo trovare un’opportunità per migliorare. E allora, da una parte possiamo diventare sempre più bravi a gestire i commenti negativi abbassando le nostre reazioni emotive, come una ginnastica “emotiva” di cui i negoziatori sono abili, per la semplice evidenza del fatto che chi è più calmo ha maggiore potere negoziale di chi è turbato emotivamente. Dall’altra, potremmo valutare quello che possiamo fare per migliorare quell’aspetto criticato, come ad esempio la pigrizia.</p>
<p>Se mi risento troppo di una critica, ottengo il risultato di sottrarre l’energia disponibile per migliorare sprecandola per le cattive emozioni. Potrei cadere nel circolo vizioso del “perché sono così meschino?”. Il formatore Robert Dilts faceva notare che, se non siamo nel campo della medicina, in cui una malattia si cura dopo che si è trovata la causa, come un batterio o una disfunzione genetica, ma siamo nel campo dei problemi umani, la domanda “perché” non è utile perché fa concentrare sul problema piuttosto che sulla soluzione. Per trovare soluzioni, invece, sono ottime le domande “come”. Così, per Dilts, soprattutto per un nostro difetto, che potrebbe essere rivalutato come “area di miglioramento”, le migliori domande sarebbero “cosa posso imparare da questo errore?” o “come posso fare in modo che questa mia carenza diventi un punto di forza e io possa migliorare in questo aspetto della mia vita?”. Le risposte a queste domande sono dei progetti di auto-miglioramento per obiettivi concreti, dove invece le domande “perché” ci facevano solo &#8220;piangere addosso&#8221; in maniera sterile. Se colgo positivamente una critica, e cerco di vedere se è in mio potere migliorarmi in un aspetto, allora potrò utilizzare proficuamente quell’energia che altrimenti sprecherei nel risentimento. Come diceva lo scrittore Aldous Huxley: “La vita non è ciò che ci accade, ma ciò che facciamo con ciò che ci accade”. E allora la vita sarebbe accogliere le critiche con umorismo quando riguardano aspetti immodificabili di noi, aggiungendo magari la buona volontà di migliorarci e la fissazione di un obiettivo quando la cosa dipende da noi ed è nostro desiderio cambiare, ringraziando qualche volta quei “pazzi pirandelliani” o “inetti sociali” che ci criticano per avere evidenziato una nostra area di miglioramento e per l’opportunità di crescere.</p>
<p>Giovanni Iacoviello</p>
<p>giovanni.iacoviello@gmail.com</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Vuoi fare un corso di formazione nella tua azienda? Contattaci per valutare insieme le esigenze formative: info@gipcomunicazione.it</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
]]></content:encoded>
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		<title>Si possono trasformare le critiche in risorse?</title>
		<link>https://www.gipcomunicazione.it/blog/?p=147</link>
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		<pubDate>Fri, 16 May 2014 05:41:56 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giovanni Iacoviello</dc:creator>
				<category><![CDATA[Autostima]]></category>
		<category><![CDATA[Crescita personale]]></category>
		<category><![CDATA[autostima]]></category>
		<category><![CDATA[gestione della critica]]></category>
		<category><![CDATA[giudizio]]></category>

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		<description><![CDATA[Il giudizio e le critiche. &#160; “La tendenza a giudicare gli altri è il più grande ostacolo alla comprensione e all’ascolto”. Carl Rogers, psicologo.   Critiche: funzioni negative e positive. Dietro alla parola “giudicare” usata da Rogers parrebbe esserci una connotazione negativa, forse riferendosi l’autore alle critiche improduttive, al puntare il dito su difetti e [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p align="center"><b>Il giudizio e le critiche.</b></p>
<p>&nbsp;</p>
<p align="right"><i>“La tendenza a giudicare gli altri è il più grande ostacolo alla comprensione e all’ascolto”.</i></p>
<p align="right"><i>Carl Rogers, psicologo.</i></p>
<p><b> </b></p>
<p><b>Critiche: funzioni negative e positive.</b></p>
<p>Dietro alla parola “giudicare” usata da Rogers parrebbe esserci una connotazione negativa, forse riferendosi l’autore alle critiche improduttive, al puntare il dito su difetti e differenze. Potremmo però anche rilevare delle situazioni in cui c’è una sfumatura semantica positiva nella parola: il giudizio in quei casi potrebbe essere una valutazione in senso lato e, perché no, anche positivo.</p>
<p>Anche se la connotazione del giudizio fosse negativa, però, non è detto che non se ne possa guadagnare qualcosa. Di per sé la critica verso l’altro è una strategia comunicativa fallimentare, come hanno indicato a inizio ‘900 il formatore Dale Carnegie e ai giorni nostri lo psicoterapeuta Giorgio Nardone nel libro “Correggimi se sbaglio”, al di là dei possibili intenti “positivi” che possono motivare tale azione. Questo perché criticare l’altro lo può ferire o mettere sulla difensiva, suscitare risentimento e far chiudere in lui il canale dell’ascolto, nonché guastare la relazione almeno in un certo momento o situazione.</p>
<p><b> <span id="more-147"></span></b></p>
<p><b>La nostra reazione alla critica.</b></p>
<p>Se il buon comunicatore è quello che ha abbandonato e cerca di usare il meno possibile la comunicazione fallimentare (come il criticare), è anche quello che ha imparato ed affina l’abilità di reggere il colpo alle critiche che gli vengono fatte, gestendo le reazioni emotive.</p>
<p>Dietro alla nostra reazione emotiva diretta (rabbia, imbarazzo, paura, vergogna, risentimento) possono esserci o fastidio verso chi si arroga il diritto di mettersi sul piedistallo e giudicare, o risentimento perché la nostra visione del mondo non viene riconosciuta, o uno smacco all&#8217;immagine che abbiamo di noi, in quanto vogliamo essere all’altezza della situazione e accettati quindi socialmente, o soddisfatti, se vogliamo parlare nei termini della scala dei bisogni dello psicologo Abrahm Maslow, nei nostri desideri di stima, affetto e autorealizzazione.</p>
<p>Dietro alle emozioni suscitate da una critica potrebbe pure esserci un indizio del nostro funzionamento, e cioè in alcuni casi la nostra <em>resistenza al cambiamento</em>. Da una parte un’area non nota come quella del cambiamento ci spaventa, dall’altra costa fatica cambiare qualcosa delle nostre abitudini. Una critica, quindi, potrebbe essere rifiutata con forza e farci soffrire, e potremmo reagire ingaggiando una lotta con l’interlocutore sulle nostre divergenti visioni del mondo, o infastidirci al pensiero che chi ci giudica possa pensare di essere migliore di noi. Rifiutando la critica, spesso implicitamente rifiutiamo tale presunta superiorità dell’altro.</p>
<p><em>&#8230;a giovedì prossimo per l&#8217;ultima parte&#8230;</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Giovanni Iacoviello</p>
<p>giovanni.iacoviello@gmail.com</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Vuoi fare un corso di formazione nella tua azienda? Contattaci per valutare insieme le esigenze formative: info@gipcomunicazione.it</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
]]></content:encoded>
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		</item>
		<item>
		<title>Dalla Paura di Sbagliare&#8230; alla Voglia di Rischiare &#8211; Parte III</title>
		<link>https://www.gipcomunicazione.it/blog/?p=114</link>
		<comments>https://www.gipcomunicazione.it/blog/?p=114#comments</comments>
		<pubDate>Tue, 17 Sep 2013 16:09:27 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giovanni Iacoviello</dc:creator>
				<category><![CDATA[Autostima]]></category>
		<category><![CDATA[paura di sbaligare]]></category>

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		<description><![CDATA[Scambio di persona: fallito per virtuoso. A che insieme appartiene l’elemento “errore”? Spesso, come abbiamo visto, lo assimiliamo agli oggetti e agli elementi appartenenti alla persona fallita presa nella sua interezza, come avviene nel caso seguente. Un ragazzo vuol far parte di una squadra di baseball, ma non è in grado di lanciare e ricevere [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><b>Scambio di persona: fallito per virtuoso.</b></p>
<p>A che insieme appartiene l’elemento “errore”? Spesso, come abbiamo visto, lo assimiliamo agli oggetti e agli elementi appartenenti alla persona fallita presa nella sua interezza, come avviene nel caso seguente.</p>
<p>Un ragazzo vuol far parte di una squadra di baseball, ma non è in grado di lanciare e ricevere bene, ed è spaventato dalla palla, così dice al suo coach che pensa di lasciare la squadra perché è un “cattivo giocatore di baseball”. Questa storia ci viene raccontata da Robert Dilts, e alle parole del ragazzo seguono quelle del coach, che portano a fare uno di quei “viaggi di scoperta” che possiamo realizzare stando fermi ad ascoltare: “Non ci sono cattivi giocatori di baseball, ci sono solo persone che non hanno fiducia nella propria abilità di imparare”.</p>
<p>Il ragazzo con che occhi guarda e valuta il fallimento? E con che occhi invece lo guarda e valuta il coach? Essi “vedono” due persone diverse. Il primo una persona incapace, l’altro una persona che sta imparando. La storia di Dilts continua così: “Il coach rimane in piedi di fronte al ragazzo e gli mette la palla nel guantone, facendogliela tirare e poi riprendere. Poi fa un passo indietro, gli lancia delicatamente la palla nel guanto, e il ragazzo la rilancia. Un passo dopo l’altro, il coach si sposta sempre più lontano…” e qualche tempo dopo il ragazzo diventa un elemento prezioso per la sua squadra.</p>
<p><span id="more-114"></span></p>
<p>Da questa storia possiamo apprendere qualcosa riguardo non tanto a come “giochiamo”, ma piuttosto riguardo a come classifichiamo gli eventi del mondo.</p>
<p>Abbiamo visto che molti tipi di errori, invece di far parte del mondo dei falliti, appartengono a quello delle persone che imparano, e sono numerosi nel mondo dei virtuosi che perseguono i loro obiettivi e si allenano costantemente per perseguirli, tanto più numerosi quanto più si va verso il successo.</p>
<p><b> </b></p>
<p><b>La voglia di sbagliare: gli errori-opportunità e il bambino “incosciente”.</b></p>
<p>Lo psichiatra e psicoterapeuta Matteo Rampin, autore del libro <i>Al gusto di cioccolato</i>, sottolinea quanto il linguaggio sia ambiguo e quanto sia potente per costruire immagini del mondo. Fino al punto che una stessa realtà può essere descritta da due osservatori in modi diametralmente opposti. Ad esempio una stessa persona si potrebbe descrivere come paurosa per un osservatore, mentre un altro potrebbe delinearla come prudente. Allo stesso modo, noi stessi possiamo utilizzare un linguaggio mentale per descrivere cose opposte. Ad esempio possiamo pensare alla nostra paura di sbagliare. Oppure possiamo pensare al nostro <i>desiderio di riuscire</i>. C’è una grossa differenza pratica in questi due pensieri così formulati. La paura di sbagliare ci fa focalizzare sugli errori, spesso aumentando la probabilità di commetterli, forse perché l’energia utilizzata per immaginarli è sottratta a quella impiegata per immaginare i nostri obiettivi.</p>
<p>Paul Watzlawick faceva notare nel 1977 che la nostra mente non possiede l’abilità di pensare all’assenza di un oggetto, e che nel nostro linguaggio dell’immaginazione manca la negazione: “è difficile, se non impossibile, rappresentare a livello di immagine il non verificarsi di una circostanza o il non avere luogo di un avvenimento”. Facciamo una prova: non pensate a un orso… a cosa avete pensato? Non barate! Cercare di non pensare all’orso porta all’inevitabile risultato di pensare all’orso. Se invece provate a pensare a una zebra (o anche a non pensarci)  è più difficile che vi venga in mente quell’orso di poco fa. Allo stesso modo, di fronte alla paura di sbagliare possiamo reagire pensando “non aver paura di sbagliare!”, il che ci fa pensare proprio a quello.</p>
<p><!--more--></p>
<p>Una chiave per uscire da questa “gabbia” può essere quella di considerare gli errori come delle opportunità, come dei passi verso il successo, come suggeriva la filosofia dell’inventore Edison.</p>
<p>Una strategia che sfrutta implicitamente questo principio è proposta dal già citato Vorhaus agli aspiranti autori comici, la regola del nove: “Su dieci battute che dici nove fanno schifo. Ogni dieci idee, nove non funzioneranno. La regola del nove risulta estremamente confortante, perché se adottata, libera immediatamente e permanentemente dall’ansia di dover aver successo tutte le volte”. Per l’autore con tale regola le aspettative sono così basse che non c’è nulla o quasi da perdere, e quindi quelle nove battute uscite male sono calcolate, aspettate, considerate un normale esito del lavoro (ma anche persone che si giudicano non divertenti facilmente avranno risultati migliori), e quindi opportunità per andare avanti nel lavoro. Ne consegue che ci potrebbe venire addirittura la <i>voglia di sbagliare</i> per imparare a far bene un lavoro o un’attività.</p>
<p>Quando eravamo bambini esploravamo il mondo con i nostri occhi curiosi e con lo spirito avventuroso, con la voglia di imparare, incoscienti e incuranti dei pericoli e degli errori, probabilmente proprio perché, non avendo ancora provato e sbagliato, nella nostra immaginazione non esistevano ancora.</p>
<p>Forse quell’atteggiamento di curiosità, di divertimento e avventura di fronte all’apprendimento e alle situazioni che viviamo, o forse il fatto stesso di tornare un po’ bambini, è come una zebra a cui pensare per liberarci dal fastidioso orso!</p>
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		<title>Dalla Paura di Sbagliare&#8230; alla Voglia di Rischiare &#8211; Parte II</title>
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		<pubDate>Tue, 10 Sep 2013 20:20:11 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giovanni Iacoviello</dc:creator>
				<category><![CDATA[Autostima]]></category>
		<category><![CDATA[paura di sbaligare]]></category>

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		<description><![CDATA[La “ricetta d’oro” per non fare errori. Forse è troppo presto per dare questa risposta, o forse no. La ricetta d’oro per essere sicuri di non commettere errori è… non fare nulla! Una presa in giro, una provocazione, o solo senso pratico? Molti di noi hanno certamente sentito il detto “Chi non fa non sbaglia”. [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><b>La “ricetta d’oro” per non fare errori.</b></p>
<p>Forse è troppo presto per dare questa risposta, o forse no. La ricetta d’oro per essere sicuri di non commettere errori è… non fare nulla! Una presa in giro, una provocazione, o solo senso pratico? Molti di noi hanno certamente sentito il detto “Chi non fa non sbaglia”. E che fare con l’insuccesso? In fondo basta non provare a fare cose nuove, non imparare nulla di più di quello che si sa, non modificare mai niente nelle nostre mansioni lavorative o non uscire di casa, e non dovremo averci a che fare, no? E per chi è abituato a fare e a vincere e a rifiutare la sconfitta? Che farne dell’insuccesso?</p>
<p>Forse capire il tipo di rapporto che abbiamo con l’insuccesso rappresenta una chiave importante e pratica per capire come affrontare l’errore e la paura di sbagliare che, a meno che non optiamo per la costosa possibilità di starcene completamente immobili, ci capiterà di incontrare.</p>
<p><span id="more-96"></span></p>
<p>Sono le nostre convinzioni sul mondo a guidare le nostre azioni. Ma le nostre credenze non corrispondono al mondo, come diceva il filosofo e psicoterapeuta austriaco Paul Watzlawick, sono solo <i>immagini del mondo</i>, sue rappresentazioni. Alcune potenti credenze radicate in molti di noi si attivano al momento dell’insuccesso e fanno sì che ci sentiamo bersagli della disapprovazione sociale e ci auto-percepiamo come “falliti”.</p>
<p><b> </b></p>
<p><b>L’errore di scambiare una parte per il tutto: un singolo errore riassume una persona.</b></p>
<p>Vorhaus la chiama <i>falsa associazione</i>: “Aver deciso, fuorviati, che la nostra barzelletta non avrebbe funzionato, ci porta a pensare che se non piace la nostra barzelletta, non piacciamo neanche noi”. L’energia per questi pensieri pare sprecata, per l’autore, quando ci ricorda che “Le persone non stanno a preoccuparsi di come appariamo noi. Sono troppo occupate a preoccuparsi di come appaiono loro”.</p>
<p>L’errore che facciamo spesso potrebbe essere considerato come retorico, cioè quello di considerare una parte per il tutto in maniera ingiustificata: una malriuscita <i>sineddoche</i> (quella figura retorica che crea una relazione quantitativa tra due elementi, come ad esempio “scafo” per nave, anche se il primo rappresenta solo una parte della seconda). Così, considerare negativa la nostra intera persona al posto di una nostra singola azione è un grossolano errore di generalizzazione: è come confondere la pallina di un’urna con l’urna intera. Al compimento di un’azione errata, automaticamente e inconsapevolmente, a volte c’è chi categorizza negativamente la persona che ha fatto un errore come persona “fallita”. Questo non è un modo utile di classificare, come vedremo tra poco.</p>
<p><!--more--></p>
<p>Sia chi sta ancora facendo la gavetta, sia chi è tanto abituato a vincere da temere un insuccesso, si può chiedere distruttivamente “Perché ho sbagliato? Perché sono così meschino?”. Oltre all’errore di generalizzazione in cui a un’azione giudicata sbagliata corrisponde una persona sbagliata, le domande così formulate nascondono un’altra insidia che può non favorire il nostro percorso di crescita. Per il famoso formatore americano Robert Dilts le domande “perché”, applicate agli errori umani, ci fanno focalizzare sul problema senza aiutare molto a risolverlo, al contrario delle domande “come”, che aiutano la nostra creatività ad uscirne, allargando la nostra visuale e costruendo immagini del mondo diverse su cui poter operare. In questo caso la domanda più produttiva sarebbe “come correggere la rotta?”, oppure “come posso fare in modo che questo errore mi sia utile?”, o similmente “cosa posso imparare da questo sbaglio?”&#8230;</p>
<p><em>tra una settimana circa l&#8217;ultima parte.</em></p>
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		<title>Dalla Paura di Sbagliare&#8230; alla Voglia di Rischiare &#8211; Parte I</title>
		<link>https://www.gipcomunicazione.it/blog/?p=75</link>
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		<pubDate>Mon, 02 Sep 2013 16:21:23 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giovanni Iacoviello</dc:creator>
				<category><![CDATA[Autostima]]></category>
		<category><![CDATA[paura di sbaligare]]></category>

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		<description><![CDATA[ “Non mi scoraggio perché ogni tentativo sbagliato scartato è un altro passo avanti” Thomas Alva Edison   &#160; Voglia di sbagliare come prezioso strumento di lavoro: la provocazione di un comico. “Devi vincere”, “Devi avere successo”: sono frasi che siamo abituati a dire a noi stessi o a sentirci dire dagli altri, o a cogliere [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p align="right"><i> “Non mi scoraggio perché ogni tentativo sbagliato scartato è un altro passo avanti”</i></p>
<p align="right"><i>Thomas Alva Edison</i></p>
<p align="right"><i> </i></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><b>Voglia di sbagliare come prezioso strumento di lavoro: la provocazione di un comico.</b></p>
<p>“Devi vincere”, “Devi avere successo”: sono frasi che siamo abituati a dire a noi stessi o a sentirci dire dagli altri, o a cogliere in dialoghi e atteggiamenti di cui è intrisa la TV. Quindi qualche errore deve esserci, forse è colpa del traduttore dell’autore comico americano John Vorhaus… Vediamo un passo del suo libro “Scrivere il comico” (Vorhaus 1994): “Sin dalla prima infanzia ci viene insegnato ad aborrire l’insuccesso, ma al contrario di quello che sembra, la voglia di sbagliare è uno degli strumenti più preziosi all’interno della tua cassetta degli attrezzi comici […]”.</p>
<p><span id="more-75"></span></p>
<p>Rileggendolo, sembra proprio che non ci siano dubbi su ciò che viene detto, né sulla congruenza della traduzione. Sin da piccoli ci insegnano a detestare l’insuccesso, ma la domanda è: “E’ possibile evitarlo?”. Qualcuno di noi potrebbe avere come regola quella di non accettarlo. E se dovesse presentarsi contro ogni precauzione e aspettativa, che farne? Evitare di considerarlo o parlarne, negarlo, nasconderlo “sotto al tappeto”, o sentirci totalmente falliti e abbandonare quello che stiamo facendo? Vediamo se è possibile rispondere a queste domande, e a fornire una “ricetta d’oro” per non sbagliare.</p>
<p>Dato che il campo degli errori è sconfinato (rendendo tra l’altro anche meno noiosa la nostra esistenza), cerchiamo di circoscrivere qui il discorso alle esperienze nuove, come l’esempio di Vorhaus in cui un amante della commedia aspira a diventare autore di testi e cerca di imparare il lavoro, o quando qualcuno desidera diventare più disinvolto socialmente e migliorare le proprie abilità interpersonali. A questi due esempi potete accostare qualsiasi altra abilità o apprendimento nel quale siete coinvolti personalmente, nelle relazioni o sul lavoro.</p>
<p>Nell’apprendimento di nuove capacità la paura di sbagliare può “mangiarci” tutta l’energia, e fare la differenza, per alcuni di noi, tra un “giocatore” che va avanti e uno che abbandona.</p>
<p><!--more--></p>
<p><b> </b></p>
<p><b><i>False congetture</i></b><b> e probabilità: non far nulla costa meno di un errore?</b></p>
<p>Vorhaus parla di una <i>falsa congettura</i> in cui cadono gli aspiranti barzellettieri quando stanno per raccontare una storiella: “Non funzionerà, non piacerà. Forse è meglio restare con la bocca chiusa, essere prudenti”. Il risultato, per l’autore, è che la persona resta zitta, e così potremmo considerarla timida o noiosa, o non notarla nemmeno a una festa. Forse il nostro autore esagera un pò con questi ultimi giudizi, ma è interessante notare comunque un paradosso nel quale rischiamo di cadere sia nel caso che siamo aspiranti barzellettieri, sia nel caso volessimo essere più abili socialmente: con l’intento di salvarci la faccia evitando di parlare e di dire “stupidate” stiamo zitti. Otteniamo quindi un risultato non migliore di quello che volevamo evitare (ammettendo che le persone, per dare un faticoso giudizio al nostro silenzio, si distolgano dall’onerosa attività di divertirsi e fare nuove conoscenze!). Pare che il prezzo per una frase inappropriata o non brillante detta a una festa non sia molto differente da quello che si paga a starsene zitti e togliersi ogni possibilità di essere, appunto, brillanti. Per un aspirante autore di testi comici, similmente, dire o creare una barzelletta non divertente in fase di gavetta è meno costoso che non dirne o provarne più e dirigersi verso l’abbandono del proprio sogno.</p>
<p>Il poeta Fernando Pessoa diceva “Porto le ferite delle battaglie che ho evitato”. Questo può suggerirci, al di là delle apparenze iniziali, che non è uscendo dalla propria area di comfort, fatta di tutti i gesti e i luoghi a cui siamo abituati e che ci fanno sentire protetti, che rischiamo. E’ proprio il restarci dentro inamovibili senza provare nulla di nuovo che è rischioso, e costoso. Quelle ferite a cui si riferiva Pessoa probabilmente sono rappresentate dai rimpianti per le esperienze non provate, a causa del mancato passo fuori dalla nostra comoda area, fatto il quale, ripetendo le già citate parole di Roberto Benigni “Ci rendiamo conto di quanto fosse pericoloso rimanere fermi”&#8230;</p>
<p><em>&#8230; tra una settimana circa la penultima parte.</em></p>
<p>Giovanni Iacoviello</p>
<p>giovanni.iacoviello@gmail.com</p>
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<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
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