PROVA A PRENDERMI

Di Giovanni Petrucci

Vedi anche la scheda del film su wikipedia

 

Famosissimo. Steven Spielberg. Tom Hanks. Leonardo DiCaprio. Christopher Walken. John Williams. Questi ultimi due candidati agli Oscar rispettivamente per migliore attore non protagonista e per migliore colonna sonora.

Immagino che l’abbiate visto, per cui non lesinerò sugli spoiler. Siete avvertiti.

L’ho beccato poche sere fa in TV mentre facevo zapping e non sono riuscito a staccarmene: cast fantastico, musiche superbe, regia coinvolgente, storia intrigante.

Ma non è di questo che vi voglio parlare.

Vorrei leggerlo dal punto di vista della comunicazione. Nel nostro settore è molto famoso per i meccanismi della persuasione e della suggestione (“gli Yankees vincono sempre perché gli avversari non riescono a staccare gli occhi dalle righe delle divise”).

Vengono mostrate sicuramente tecniche affascinanti, tra cui molte sulla seduzione. Ho saputo di qualcuno che ha preso appunti e le ha provate. Con scarso risultato, però. Forse funzionano sono se sei DiCaprio.

Io vorrei ascoltare il messaggio che manda il personaggio principale. Ha un grande talento e, messo alle strette da una situazione familiare critica, lo tira fuori per combinare quelle che all’inizio sono “marachelle” (Impagabile la scena del protagonista minorenne che viene mandato in una nuova scuola e, scambiato per un insegnante, si mette a fare lezione e a dare compiti!)

Il nostro talentuoso assaggia i frutti proibiti del successo e comincia ad ingolosirsi, scoprendo un mondo sempre più vasto di possibilità truffaldine. La sua realtà fiabesca e dorata però scricchiola, in particolare nelle notti di Natale, quando si ritrova sempre solo e triste, al punto da chiamare il suo acerrimo avversario all’FBI per trovare un po’ di compagnia.

Qui l’autore ci lascia una briciolina di pane, un indizio per capire meglio la complessità del personaggio. Il giovanissimo falsario arriva al punto di dire il suo vero indirizzo al poliziotto, che non gli crede, pur di non mentire e avere compagnia. Credo che sia l’elemento che per primo ci fa capire il bisogno del protagonista di essere fermato, di potere tornare alla sincerità, di avere delle relazioni basate sulla fiducia reciproca.

In fondo il nostro criminale nel suo “lavoro” si può ritenere soddisfatto: con impegno e dedizione si è costruito una competenza notevole e i successi lo confermano.

Quando poi arrivano addirittura il vero amore e il fidanzamento, il meccanismo si inceppa e lui è costretto a scappare. Alla cattura è addirittura felice, e diventerà poi un attivo collaboratore della giustizia e un fedele amico del poliziotto che l’ha acchiappato.

 

Quindi… che insegnamento possiamo trarre?

Sarò un po’ buonista, ma io ci vedo il potere dei nostri valori di renderci felici.

Le crisi ci mettono in difficoltà, ci spingono ad impegnarci al massimo e a volte a trasgredire ai nostri stessi principi. Ma alla lunga riusciamo a vivere serenamente sapendo di fare “la cosa sbagliata”?

Forse non ne vale la pena. E forse la porta per chi si vuole redimere è sempre aperta.

Giovanni Petrucci

info@gipcomunicazione.it

 

 

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